Letteratura e animali I: Montaigne e Kundera

I Saggi e L’insostenibile leggerezza dell’essere


Saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homines[1]

The greatness of a nation and its moral progress can be
judged by the way its animals are treated
[2]

Introduzione

Forse Michel de Montaigne (1533 – 1592) è stato uno dei primi animalisti della storia del pensiero e nei suoi scritti colpisce soprattutto l’umanità e il reciproco rispetto che contraddistingue il suo rapporto con gli animali. Nei Saggi Montaigne riflette sugli animali soprattutto nel 12° Capitolo del secondo libro, l’Apologia di Raymond Sebond[3]. Si tratta del capitolo più lungo (circa 200 pagine) degli Essais ed è stato pubblicato anche separatamente. Oltre all’Apologia di Sebond nei Saggi c’è un secondo capitolo, l’undicesimo del secondo libro dal titolo Della crudeltà che parla della caccia e dei diritti che dovrebbero avere gli animali innocenti. Considerando l’epoca in cui scrisse i Saggi stupisce la conoscenza approfondita che Montaigne aveva degli animali. A metà del Cinquecento intuiva conoscenze e capacità che solo secoli dopo furono confermati dalla scienza. In questo primo articolo sugli animali verranno analizzate le prese di posizione di Montaigne nei loro confronti ed un capitolo di un noto romanzo di Milan Kundera (L’insostenibile leggerezza dell’essere). Oltre a riuscire nell’impresa di indurre il lettore alla tristezza e alla compassione per la malattia e la successiva morte di un cane di nome Karenin, Kundera riflette anche in altri contesti sul comportamento discutibile dell’uomo nei confronti degli animali. Pur provenendo da epoche e contesti culturali molto diversi gli atteggiamenti di Montaigne e Kundera sugli animali presentano molti parallelismi. Il secondo articolo sugli animali sarà invece dedicato alle ricerche scientifiche di Jennifer Mather dell’Università di Lethbridge sugli invertebrati e ad una pubblicazione di J.M. Coetzee dal titolo The Lives of Animals (La vita degli animali).

L’Apologia di Raymond Sebond o Montaigne contro Descartes

Montaigne critica profondamente l’antropocentrismo e i grandi privilegi che l’uomo da padrone dell’universo pensa di avere sulle altre creature. Le riflessioni di Montaigne sembrano una risposta prima del tempo alle posizioni che avrebbe preso René Descartes (1596 – 1650) nelle sue Meditazioni del 1641. Per Descartes il Cogito ergo sum vale esclusivamente per gli esseri umani. Nella sua visione gli animali non hanno una coscienza, sono semplici macchine che reagiscono agli stimoli, prive di volontà propria, intelligenza e anima. Al contrario dell’uomo per Descartes gli animali non hanno né linguaggio (e se ce l’hanno, non lo usano coscientemente, ma a mo’ di pappagallo) e non sono nemmeno in grado di provare dolore. Questa posizione disumana, peraltro scientificamente errata, ha aperto la strada a secoli di maltrattamenti e si è saldamente radicata nel pensiero comune, rafforzando l’idea che gli animali siano creature “di seconda classe”.

Nelly

Montaigne in qualche modo anticipa le rettifiche del pensiero distorto di Descartes sugli animali. Per quanto riguarda il linguaggio, secondo Montaigne l’incapacità di comprensione è colpa nostra tanto quanto colpa loro: “Quel difetto che impedisce la comunicazione fra esse e noi, perché non è tanto nostro quanto loro? […] noi non le comprendiamo più di quanto esse comprendano noi. Per questa stessa ragione esse possono considerarci bestie, come noi le consideriamo.”[4] Per Montaigne è come se gli animali parlassero una lingua straniera che non ci è familiare o un linguaggio dei segni come i muti.

La cosa più importante però è che nonostante l’incomprensione linguistica sia gli animali che noi ci intendiamo a livello affettivo: “Noi comprendiamo approssimativamente il loro sentimento, così le bestie il nostro, pressappoco nella stessa misura. Esse ci lusingano, ci minacciano e ci cercano e noi loro.”[5] Racconta anche che egli stesso non sa rifiutare al suo cane le feste anche se dovessero essere fuori luogo. Nella concezione di Montaigne il rapporto tra noi e gli animali è alla pari, come testimonia la celebre frase sulla sua gatta: “Quando mi trastullo con la mia gatta, chi sa se lei non fa di me il suo passatempo più che io di lei?”[6]  Egli attribuisce quindi alla sua gatta atteggiamenti, preferenze e pensieri. Oggi poche persone lo metteranno in dubbio, ma va sempre ricordato l’epoca in cui visse Montaigne.

Come a voler ribattere a Descartes, Montaigne cita diversi esempi di animali che gestiscono ed eseguono compiti per niente scontati per i quali occorrono pensieri astratti e dove non si può assolutamente considerare il loro comportamento una mera reazione agli stimoli: “C’è forse un governo regolato con maggiore ordine […] e mantenuto con più fermezza di quello delle api?”[7] “Le rondini […] cercano forse senza giudizio e scelgono senza discernimento, fra mille posti, quello che è loro più comodo per alloggiarvi?”[8] “Perché il ragno fa la tela più fitta in un punto e più larga in un altro […] se non ha facoltà di scegliere e di pensare e di concludere?”[9] Non è solo la natura che accompagna e aiuta gli animali, molte delle loro opere sono addirittura migliori delle nostre. L’uomo perciò non ha nessun diritto a sentirsi padrone dell’universo, non è superiore a nessuno e non dovrebbe avere privilegi sulle altre creature. Proprio per queste posizioni Montaigne verrà criticato nei secoli successivi non solo da Descartes e Pascal, ma anche dalla Chiesa cattolica.

Witosh (cane) e Felix (gatto)

Come noi, gli animali piangono quando un loro compagno umano o a quattro zampe muore (Il nostro piangere è comune alla maggior parte degli altri animali […]”[10]). In fondo poi non è nemmeno vero che gli animali non parlano: “[…] che altro è se non parlare, la facoltà che vediamo in loro di lamentarsi, di rallegrarsi, di chiamarsi a vicenda in aiuto, di invitarsi all’amore, come fanno usando la loro voce.”[11] Chi ha più di un gatto avrà notato che tra di loro usano un linguaggio di miagolii completamente diverso da quello utilizzato con le persone. Gli animali parlano tra loro e, nel caso degli animali domestici, anche con i padroni . Hanno abitudini, abilità e differenze caratteriali innegabili. Scelgono coscientemente di fare alcune cose e non solo per via di un’inclinazione naturale. Come esempio di intelligenza Montaigne cita anche i cani guida che sono in grado di condurre con sicurezza i ciechi. Gli animali che vivono con noi sanno riconoscere la nostra voce e si lasciano guidare da essa. Molti animali domestici del resto esprimono preferenze, volontà ed inclinazioni e le persone con cui vivono non hanno nessuna difficoltà a comprendere se sono arrabbiati, felici o malati.

Sia nei confronti dell’uomo che tra di loro, gli animali sviluppano sentimenti di amicizia e fedeltà, anche tra una specie e l’altra. “Quanto all’amicizia, l’hanno senza confronto più viva e più costante che non l’abbiano gli uomini.”[12] Qui Montaigne sta insinuando che gli animali sono meno traditori e falsi della persone.[13] Certe volte scelgono i loro padroni, proprio per un’affinità caratteriale. “Ci sono certi impulsi di affetto che nascono a volte in noi senza l’intervento della ragione, che vengono da uno slancio fortuito che altri chiamano simpatia: le bestie ne sono capaci come noi.”[14] Gli animali sanno mostrare gioia per una persona che non vedono da tanto tempo e la sanno riconoscere anche a distanza di lungo tempo.

Per certi versi Montaigne considera gli animali più intelligenti ed equilibrati delle persone: “Ed esse hanno questo di più generoso, che mai leone si fece servo di un altro leone, né un cavallo di un altro cavallo per mancanza di coraggio”[15] In confronto all’uomo, gli animali sono meno bellicosi, non badano al superficiale e ad alcuni concetti propri degli uomini. “Gli animali sono molto più regolati di quanto siamo noi, e si tengono con maggior moderazione entro i limiti che la natura ci ha prescritto.”[16] Per Montaigne l’esistenza delle guerre è una prova di quanto l’uomo sia debole, imperfetto e inferiore agli animali: “Poiché invero la scienza di distruggerci e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa specie, sembra che non abbia molto di che farsi desiderare dalle bestie che non la posseggono: quando leoni fortior eripuit vitam leo? Quo nemore unquam expiravit aper maioris dentibus apri?[17] Gli animali di una specie non si dichiarerebbero mai guerra e se si uccidono quelle di diverse specie è solo per mangiare l’un l’altro. Nel regno degli animali non avrebbero mai avuto luogo le due guerre mondiali.

Giovannina

Anche per tutti questi motivi per Montaigne ogni pretesa di superiorità dell’uomo nei confronti degli animali è ingiustificata. L’atteggiamento che lui vorrebbe che nutrissimo nei confronti degli animali è un dovere di umanità. Egli ha compassione anche con gli animali ai quali si dà la caccia: “Quanto a me, non ho potuto veder senza dispiacere inseguire e uccidere neppure una bestia innocente, che è senza difesa, e dalla quale non riceviamo alcuna offesa.”[18] E’ nostro dovere morale trattare gli animali con rispetto, non solo perché possiamo imparare molto da loro, ma anche perché abbiamo molte cose in comune.[19] Gli animali non dovrebbero essere costretti a temere l’uomo al quale implorano invano pietà e nemmeno dovrebbero essere maltrattati.

Il sorriso di Karenin o Nietzsche che chiede perdono per Descartes

L’insostenibile leggerezza dell’essere (Nesnesitelná lehkost bytì) del 1984 è un capolavoro di Milan Kundera (*1929) di cui si potrebbero analizzare molti aspetti; qui ci concentreremo su una parte, la settima, che si intitola appunto Il sorriso di Karenin. Quest’ultimo è il cane di due protagonisti, Tereza e Tomáš, e il suo nome è ispirato al romanzo Anna Karenina (1877) di Lev Tolstoj che Tereza teneva in mano quando si sono conosciuti. Nonostante il nome da maschio Karenin è una femmina molto affezionata alla sua padrona Tereza. Ha un ruolo fondamentale nella vita dei suoi padroni e la sua morte per una malattia maligna alla fine del libro suscita compassione anche nel lettore. Del resto anche Arthur Schopenhauer (1788 – 1860) affermò che chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere che cosa significhi essere amato.[20]

In termini di rispetto e umanità Kundera è molto vicino al pensiero di Montaigne sugli animali. Reagisce con molta sensibilità ai maltrattamenti e nutre profondo rispetto condannando diversi episodi in cui si manifesta la crudeltà degli uomini nei loro confronti. Una volta Tereza cerca di salvare una cornacchia che dei bambini dispettosi hanno sotterrata viva, ma l’uccello soccombe a causa delle ferite.[21] Tomáš regala il cane a Tereza affinché qualcuno l’amasse disinteressatamente. Milan Kundera prende chiaramente posizione contro il pensiero ipocrita con cui gli uomini pensano di poter dominare e maltrattare gli animali, sottomettendoli ai loro comodi: “Subito all’inizio della Genesi è scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che Dio abbia affidato davvero all’uomo il dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l’uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo.”[22] L’antropocentrismo e la superiorità che l’uomo vanta di detenere sono segno di quanto sia moralmente inadeguato. La religione cristiana per secoli ha mantenuto una linea simile a quella di Descartes, in cui l’uomo aveva il ruolo di dominatore e non c’era parità tra le due specie.

Una gatta dell’Ermitage al lavoro (con la stessa mansione da secoli: caccia ai topi)

Successivamente Kundera prenderà posizione anche contro Descartes: “ … [che] compì un decisivo passo in avanti: fece dell’uomo il «signore e padrone della natura». E c’è di sicuro una profonda correlazione nel fatto che sia stato proprio lui a negare categoricamente un’anima agli animali: l’uomo è padrone e signore, mentre l’animale – dice Descartes – non è che un automa, un meccanismo animato, una «machina animata»“[23] I moderni allevamenti, come già quelli dell’era comunista, hanno tolto gli animali dagli affetti dei loro padroni facendoli diventare numeri nella grosse cooperative. In ciascuna fattoria ci sono talmente tante mucche che non è nemmeno più possibile dare loro un nome e quindi un’identità e un’anima.[24]

Un altro episodio del romanzo parla del fatto che durante la dittatura sovietica in una città russa furono abbattuti tutti i cani. “Soltanto un anno più tardi il rancore accumulato (e mantenuto in allenamento sulle bestie) fu puntato sul suo vero bersaglio: la gente. Cominciarono i licenziamenti, gli arresti, i processi. Gli animali poterono tirare finalmente un sospiro di sollievo.”[25] Questo passaggio è molto interessante perché ricorda un episodio di Montaigne che vedeva una tale crudeltà già nell’antica Roma: “Dopo che a Roma ci si fu abituati agli spettacoli delle uccisioni degli animali, si passò agli uomini e ai gladiatori. La natura stessa, temo, istilla nell’uomo qualche istinto verso l’inumanità.”[26] Anche Ovidio sostiene che tra la crudeltà nei confronti degli animali e quella nei confronti degli uomini il passo sia molto breve.

Kundera segue il pensiero di Gandhi ed Émile Zola, delle cui posizioni si è già parlato a proposito del Naturalismo francese (“Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà”), quando sul nostro comportamento nei confronti degli animali scrive: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale […] è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali.”[27] Chi tratta male gli animali o manca loro di rispetto non è nemmeno buono con le persone.

Anche in un altro frangente egli trasmette l’idea che l’amore tra un animale e il suo padrone può essere un vincolo molto forte: nelle sue riflessioni Tereza pensa che “L’amore che la lega a Karenin è migliore di quello che esiste tra lei e Tomáš. Migliore, non più grande. […] L’amore tra l’uomo e il cane […] è un amore disinteressato: Tereza non vuole nulla da Karenin […] il suo amore per il cane è un amore volontario, nessuno ve la obbligava.”[28] Questa potrebbe essere una spiegazione del perchè sovente capita di incontrare padroni di animali che sostengono di andare più d’accordo con loro che con le persone. Come Montaigne, Kundera attraverso i suoi personaggi riflette anche sulla felicità degli animali: “Karenin circondava Tereza e Tomáš con la propria vita fondata sulla ripetizione e si attendeva da loro la stessa cosa. […] Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.”[29] Agli animali basta poco per essere felici, poter saltare in braccio regolarmente a determinati orari, poter mangiare sempre le stesse cose, dalle stesse ciotole: con il loro modo di fare ci possono insegnare come essere felici. La morte del cane di Tereza e Tomáš strapperà le lacrime anche ai lettori: “Erano felici non certo a dispetto della tristezza, ma grazie alla tristezza. Si tenevano per mano e avevano entrambi negli occhi la stessa immagine: il cane zoppicante che rappresentava dieci anni della loro vita.”[30]

Pinkie

Kundera cita anche la famosa scena di Friedrich Nietzsche (1844 – 1900) in Via Carlo Alberto a Torino: “Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto. Ciò avveniva nel 1889 e a quel tempo anche Nietzsche era già lontano dagli uomini. […] Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo per Descartes. La sua pazzia (e quindi la sua separazione dall’umanità) inizia nell’istante in cui piange sul cavallo.”[31] Kundera esprime simpatia sia per Nietzsche che aiuta il cavallo che per la sua protagonista Tereza che tratta bene tutti gli animali. Nessuno ha assistito a quella scena avvenuta a Torino appunto il 3 gennaio 1889, in ogni caso da quel giorno in poi Nietzsche ebbe un crollo mentale e divenne wahnsinnig (folle) iniziando a scrivere i suoi Wahnbriefe (Biglietti della follia) a vari destinatari. I registi ungheresi Béla Tarr e Ágnes Hranitzky si sono ispirati a quella scena per il loro film A torinói ló (The Turin Horse, Il cavallo di Torino) del 2011 che ha come oggetto non il filosofo tedesco ma il cavallo e la vita del cocchiere.

Nonostante una durata di 146 minuti, questo film in bianconero che racconta la vita del cocchiere e di sua figlia è composto da sole 30 riprese. Tarr cerca di mettere sulla pellicola con la sua nota maestria la vita monotona e dura del padre vetturino e di sua figlia che coltivano patate, vivono in estrema povertà in una campagna desolata dove tira sempre vento e possono permettersi di mangiare esclusivamente le loro patate bollite. L’atmosfera del film rispecchia perfettamente la disperazione nihilistica della loro esistenza. Tarr aveva sostenuto di essersi sempre chiesto che fine avesse fatto il cavallo della scena di Via Carlo Alberto e perciò ci ha girato un film.

Anche uno dei filosofi preferiti del giovane Nietzsche, Arthur Schopenhauer scrisse in Die beiden Grundprobleme der Ethik: “Mitleid mit den Thieren hängt mit der Güte des Charakters so genau zusammen, daß man zuversichtlich behaupten darf, wer gegen Thiere grausam ist, könne kein guter Mensch seyn.”[32] Chissà se Nietzsche si è ispirato a lui, ma in ogni caso è un pensiero romantico che l’ultimo gesto del filosofo ancora sano di mente fu di aiutare un animale in difficoltà, un cavallo percosso dal suo cocchiere.


[1] Ovidio, trad. italiana: La crudeltà nei confronti degli animali allena la crudeltà anche verso gli uomini

[2] Mahatma Gandhi, trad. italiana: La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali

[3] Raymond Sebond era un medico e teologo di origini catalane, nato nella seconda metà del Trecento e morto a Tolosa nel 1436. L’opera in questione è la Theologia naturalis, sive liber creaturarum del 1487. Montaigne eseguì la traduzione del libro nel 1567 per suo padre.

[4] Michel de Montaigne: Saggi. A cura di Fausta Garavini e André Tournon. Milano: Bompiani, 2014, p. 341 (libro II, cap. XII ), p. 408

[5] Montaigne, Saggi, 409

[6] Ibid, 408 Garavini ha modificato la traduzione che ora è: Quando gioco con la mia gatta …

[7] Ibid, 410

[8] Ibid, 410

[9] Ibid, 411

[10] Ibid, 413

[11] Ibid, 414 Cfr „Lo ha allevato non per trasformarlo […] ma solo per insegnargli una lingua elementare che avrebbe permesso loro di capirsi e di vivere insieme (Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’Essere. Milano: Adelphi, 1985 [29° edizione del 2019], p. 319)

[12] Ibid, 427

[13] Cfr. „Quanto alla fedeltà non c’è animale al mondo più traditore dell’uomo.” (Ibid, 432)

[14] Ibid, 427

[15] Ibid, 417

[16] Ibid, 428

[17] Ibid, 429f (Quando mai un leone più forte ha strappato la vita a un altro leone? In quale bosco mai un cinghiale è spirato sotto i denti d’un cinghiale più forte?

[18] Ibid, 390 (Cfr. Milan Kundera: „Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose.“ (Kundera, Leggerezza, 306)

[19] Ibid, 422 (Cfr „C’è più differenza fra un uomo e un altro uomo, che non fra un animale e un uomo)

[20] Arthur Schopenhauer: „Wer nie einen Hund gehabt hat, weiß nicht, was Lieben und Geliebtwerden heißt”

[21] Cfr “«Sono stati dei bambini», disse e nella frase c’era più che una semplice costatazione, c’era un improvviso ribrezzo verso la gente.” (Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’Essere. Milano: Adelphi, 1985 [29° edizione del 2019], p. 226)

[22] Kundera, Leggerezza, 306

[23] Ibid, 308

[24] „Da allora non hanno più un nome e si sono trasformate in «macchinae animatae». Il mondo ha dato ragione a Descartes (Ibid, 311)

[25] Ibid, 310

[26] Montaigne, Della crudeltà, Libro II, capitolo XI, p. 391

[27] Kundera, Leggerezza 310

[28] Ibid, 318f

[29] Ibid, 320

[30] Ibid, 315

[31] Ibid, 311

[32] Arthur Schopenhauer: Die beiden Grundprobleme der Ethik, Grundlage der Moral, §19, Bestätigung des dargelegten Fundaments der Moral. Trad. italiana: „La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l’uomo crudele con gli animali non può essere buono. (Il fondamento della morale)


Le frasi causali in tedesco

Le proposizioni causali introdotte da Warum? Weshalb? Wieso?

Come in italiano anche in tedesco le frasi causali indicano un motivo o una causa. A differenza dell’italiano, dove si usa “perché” sia per chiedere che per rispondere, in tedesco si distinguono i pronomi interrogativi con cui si formulano le domande dalle congiunzioni con cui si formulano risposte o motivazioni.

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Vincent van Gogh – L’umanità e la sensibilità del “suicidato della società”

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[…] «Forse in seguito ammireremo quanto fai ora»[1]

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Anche se sembra che ultimamente l’immagine di Vincent van Gogh abbia subito dei miglioramenti, sulla sua genialità artistica grava sempre il marchio della follia e schizofrenia che lo avrebbero portato anche al suicidio a 37 anni. Continua a leggere

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Se cerchiamo di immaginare una mappa letteraria dell’Italia il primo posto spetta senza dubbio alla Sicilia che ha dato i natali ad un numero impressionante di grandissimi scrittori. Non ho mai messo piede sull’isola più grande dell’Italia. L’unica Sicilia che conosco è quella letteraria. Nella testa mi risuonano frammenti di poesie, l’ombra dietro i vetri che ci spia, i pugni di peste, il carrubo dentro la mente e il baule di parole sbagliate.[2] Sento la voce del venditore di panelle e il loro sapore in bocca. Continua a leggere

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La vita culturale della Vienna fin de siècle era caratterizzata da una commistione delle arti e talvolta abbracciava campi apparentemente lontani, come abbiamo visto a proposito di medicina, architettura e scienza. Così era comune che l’anatomista Emil Zuckerkandl (il marito della famosa salonnière Berta Zuckerkandl) desse a Gustav Klimt spiegazioni sui dettagli del corpo umano e della riproduzione, in modo che l’artista potesse utilizzarli in molti dei suoi quadri. Continua a leggere

“L’opera di Rabelais e la cultura popolare” di Michail Bachtin

1 – Michail Michajlovič Bachtin

Le vicissitudini della vita e dell’opera del critico letterario e filosofo russo Michail Michajlovič Bachtin (1895 – 1975) sono strettamente legate alla situazione politica del suo paese di origine. Come molte delle sue opere, il saggio dal titolo “L’opera di Rabelais e la cultura popolare” [Rabelais and His World – Творчество Франсуа Рабле и народная культура средневековья и Ренессанса] su Gargantua e Pantagruele fu scritto già negli anni Trenta ma la pubblicazione poté avvenire soltanto nel 1965. Il pubblico occidentale ebbe l’occasione di conoscere l’opera tre anni dopo, nel 1968 grazie alla traduzione inglese di Helene Iswolsky. La prima versione italiana fu pubblicata nel 1979 dall’Einaudi.

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La cultura a Vienna nel periodo della Belle Époque (1)

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Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento furono particolarmente floridi per la città sul Danubio. In quegli anni Vienna non stava diventando soltanto una metropoli passando da un milione a più di due milioni di abitanti ma fu anche luogo di grandi cambiamenti, sia dal punto di vista delle innovazioni in campo artistico e architettonico che nell’ambito sociale, culturale e scientifico. L’arte della cosiddetta “Wiener Moderne” della Belle Époque ancor oggi affascina gli spettatori di tutto il mondo mentre la musica del Novecento è impensabile senza i contributi fondamentali dei grandi compositori viennesi Gustav Mahler, Arnold Schönberg, Alban Berg e Anton von Webern. Continua a leggere

Gargantua e Pantagruele di François Rabelais

Recensione e analisi di Gargantua e Pantagruele, un classico del Rinascimento francese

Sull’autore François Rabelais

François Rabelais nasce il 4 febbraio del 1493 (o del 1494) vicino a Chinon, nella Valle della Loira. Rappresenta il classico esempio di un uomo universale del Cinquecento che si dedica a varie discipline: letteratura, umanesimo, teologia, legge e medicina. Figlio di un avvocato, inizialmente segue le orme del padre e fino al 1510 compie studi di legge. Nel 1520 prende gli ordini ed entra in un convento francescano dove si dedica agli studi e alle letture dei classici greci e latini, eseguendo anche delle traduzioni.

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Il moto a luogo in tedesco

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Le preposizioni costituiscono una sfida per chiunque sia alle prese con il tedesco. Ne abbiamo già accennato a proposito dei verbi di posizione e in questo articolo tratteremo più nello specifico i diversi modi per esprimere  il moto a luogo in tedesco. L’uso della corretta preposizione spesso crea confusione e non è raro sentire errori comuni legati all’uso di nach, zu, in o auf. Bastano poche dritte per capire perché “Ich fahre nach Schwimmbad” è scorretto e perché zu regge il dativo anche se si tratta di un moto a luogo.

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L’aspetto anticlericale del Naturalismo francese

Analisi e commento de Il dottor Pascal di Émile Zola e Una vita di Guy de Maupassant

1 Introduzione

Il movimento letterario del Naturalismo fu fondato nella seconda metà del 19° secolo in Francia. A causa delle scoperte scientifiche dell’epoca furono messi in dubbio sia la religione in sé che i vari dogmi e ogni tipo di superstizione. Nelle opere naturaliste incontriamo sovente una marcata posizione anticlericale che mette a nudo non soltanto quanto siano superati la fede cieca e il pensiero dogmatico, ma anche quante sofferenze inutili causino. Émile Zola e Guy de Maupassant figurano tra i maggiori rappresentanti del Naturalismo. In Italia questo movimento ispirò il Verismo (Verga, Capuana) degli ultimi decenni dell’Ottocento che condivise con il movimento francese l’ispirazione positivista e la fiducia nella scienza.

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