Il Trattato teologico-politico di Baruch Spinoza

Analisi e commento dei concetti di libertà, di tolleranza e del Dio di Spinoza esposti all’interno del Trattato teologico-politico

Philosophieren ist spinozieren
Georg Wilhelm Friedrich Hegel[1]

Introduzione

Sono passati tre secoli e mezzo da quando Spinoza pubblicò quest’opera ma essa non ha perso un briciolo della sua attualità, anzi è contemporanea come mai prima, forse perché nonostante la storia ci abbia insegnato che la libertà di pensiero è uno dei beni maggiori da difendere sempre e ovunque ci troviamo in un momento in cui il dissenso viene di nuovo considerato eretico. Forse è veramente come dice Spinoza, nelle avversità le persone non solo implorano consiglio ma seguono qualsiasi suggerimento per quanto assurdo sia. Facendo ciò commettono però un reato contro uno dei fondamenti dello Stato, la libertà di opinione. Spinoza si schiera contro l’intolleranza religiosa e ambisce una società secolarizzata, in cui ognuno è libero di praticare la religione a modo suo. Il suo sistema politico ideale è la democrazia, in quanto meno soggetta ad abusi di potere e adatta a sviluppare la libertà. Egli aborrisce la costrizione assoluta e qualsiasi tipo di violenza. Parliamo di uno dei personaggi più illuminati di tutta la storia della filosofia, sul quali molti però hanno un’idea sbagliata. Attraverso l’analisi delle sue idee religiose e politiche esposte nel Trattato teologico-politico cerchiamo di gettare un po’ di luce su un personaggio spesso immeritatamente criticato, scomunicato dagli Ebrei, mal visto dai Calvinisti e censurato dai Cattolici nonché dalla “liberissima” Corte d’Olanda. Scopriremo che non solo non era ateo, ma riusciva a cogliere l’essenza della religione come pochi prima di lui oltre ad essere un esempio di tolleranza in tutti gli ambiti della vita.

Baruch Spinoza e il presunto ateismo

Jan van der Heyden: La città di Amsterdam con case sulla Herengracht e la vecchia Haarlemmersluis, 1670, Amsterdam: Rijksmuseum.
Jan van der Heyden: La città di Amsterdam con case sulla Herengracht e la vecchia Haarlemmersluis, 1670, Amsterdam: Rijksmuseum.

Il Trattato teologico-politico fu pubblicato nel 1670 in latino con il titolo originale Tractatus theologico-politicus sotto falso nome e falso editore. Spinoza era sempre stato un uomo prudente, anche se nell’ambito accademico non faceva mistero di essere l’autore del testo. In una lettera del 9 novembre 1671 scrisse a Gottfried Wilhelm Leibniz: “Se non vi è ancora venuto tra le mani il mio Trattato teologico-politico, ve ne invierò una copia, se la gradite.”[2] Uno dei suoi scopi principali quando scrisse il Trattato fu di dimostrare ai suoi critici di non essere ateo.[3] Purtroppo non aveva fatto i conti con l’ignoranza del volgo e delle autorità religiose (e non). Il libro infatti fu proibito dalla Corte (Hof van Holland) nel 1674 e finì anche sull’indice dei libri proibiti della Chiesa. Spinoza si salvò soltanto perché in vita non lo aveva mai fatto tradurre in olandese, il che lo rese accessibile a pochi lettori colti. Del resto egli stesso afferma che il volgo può anche fare a meno di leggerlo.[4]

Molto spesso le opinioni e i luoghi comuni che si imprimono nella mente delle persone di un personaggio storico non coincidono con la realtà. Pare un’assurdità che Spinoza possa ancora oggi essere considerato ateo da molti e ciò si spiega soltanto con una mancata conoscenza delle sue opere. Egli era critico nei confronti della religione istituzionalizzata e delle manifestazioni del culto, ma non ha mai negato l’esistenza di Dio. Non crede in un Dio “giudice” antropomorfizzato, per lui Dio è la Natura stessa e senza di lui non ci sarebbe nulla. Il Trattato teologico-politico è composto da tantissimi esempi di esegesi biblica e parla soprattutto di filosofia della religione. Non a torto Spinoza è considerato da molti il padre della critica alla religione nonché dell’esegesi biblica moderna. Persegue un approccio interpretativo che in tedesco viene definito textimmanent, focalizzato cioè sulla Scrittura senza aggiungere elementi estranei, commenti o note marginali.

La formazione di Spinoza

Anonimo: Ritratto di Spinoza, 1665
Anonimo: Ritratto di Spinoza, 1665

Anche se Spinoza non era sicuramente ateo non possiamo fare a meno di notare che le questioni religiose gli causarono non pochi problemi nella sua breve vita. Nacque nel 1632, ad Amsterdam, lo stesso anno in cui l’Olanda diede i natali a Jan Vermeer e Anton van Leeuwenhoek, anche se gli ultimi due videro la luce a Delft. Fu figlio di un mercante della comunità ebraico-portoghese e fin da giovane eccelse negli studi. Acquisì un’ottima conoscenza della lingua ebraica, tale da poter non solo consultare le fonti bibliche in originale ma da essere persino in grado di pubblicare una grammatica della lingua stessa. Sappiamo poco degli studi giovanili di Spinoza, ma è certo che li dovette abbandonare all’inizio degli anni Cinquanta in concomitanza con la morte di suo fratello maggiore per occuparsi di affari legati alla ditta import/export di famiglia. Poco dopo il subentro di Spinoza nella ditta del padre quest’ultimo morì ed egli si mise in società con suo fratello minore.

Govert Flinck (Allievo di Rembrandt): Ritratto di un uomo che potrebbe essere Menasseh ben Israel, 1637, Den Haag: Mauritshuis.
Govert Flinck (Allievo di Rembrandt): Ritratto di un uomo che potrebbe essere Menasseh ben Israel, 1637, Den Haag: Mauritshuis.

Spinoza aveva frequentato le yeshivà, dei gruppi di studio per adulti guidati dai rabbini nelle quali si impartivano soprattutto contenuti di natura umanistica. I due rabbini che influenzarono Spinoza furono Saul Levi Morteira e Menasseh Ben Israel. L’ultimo fu uno dei rabbini più noti del Seicento per la sua vasta erudizione e il suo cosmopolitismo. Lo conosciamo da un famoso ritratto di Rembrandt, nonché da un dipinto del suo allievo Govert Flinck spesso attribuito erroneamente al maestro. Tra il 1639 e il 1656 Rembrandt non soltanto abitò nel quartiere degli ebrei, nella Jodenbreestraat, ma intrattenne anche frequenti scambi artistici con la loro comunità. Si fece consigliare da Rabbi Menasseh Ben Israel per il Festino di Baldassarre (1636) e in cambio illustrò un libro del rabbino. Aveva inoltre eseguito numerosissimi ritratti di membri della comunità ebraica. Nel quadro Il festino di Baldassarre colpisce la corretta ed accurata esecuzione della scritta in aramaico per la quale al pittore senz’altro era servita la consulenza di un membro esperto della comunità ebraica. Baldassarre era il figlio del re di Babilonia, Nabucodonosor, e l’episodio rappresentato da Rembrandt con grande abilità si trova nel Libro di Daniele.

Rembrandt van Rijn: Il Festino di Baldassarre, 1636, London: National Gallery
Rembrandt van Rijn: Il Festino di Baldassarre, 1636, London: National Gallery

Intorno al 1655 Spinoza iniziò a studiare il latino per poter leggere i classici. Lo stesso motivo aveva spinto Cesare Pavese ad imparare il greco subito dopo aver conseguito il diploma in un liceo classico ad indirizzo moderno (più tardi la passione per la mitologia antica lo avrebbe portato alla creazione di un capolavoro come i Dialoghi con Leucò). L’insegnante più importante di Spinoza in questo campo fu Franciscus Van den Enden (1602 – 1674), un gesuita originario di Anversa che aveva aperto una scuola di latino ad Amsterdam. Van den Enden aveva sicuramente influenzato il giovane allievo, ma non quanto si crede. Entrambi nutrivano dei dubbi sulla religione istituzionalizzata ed è probabile che Spinoza avesse scelto la scuola di Van den Enden proprio per queste affinità. Sicuramente oltre ad imparare il latino Spinoza ricevette anche una solida educazione umanistica, leggendo sia testi antichi che rinascimentali. Van den Enden fu aspramente criticato per aver trasmesso “l’ateismo” ai suoi alunni e per aver proposto, tra le altre, letture quali Giordano Bruno, Galileo Galilei e Cartesio. In verità sia Spinoza che Van den Enden si schieravano soltanto per il mantenimento dei confini tra le autorità ecclesiastiche e lo Stato e difendevano la libertà di parola, di opinione e di confessione. Come il suo allievo, Van den Enden era cartesiano e anche i suoi libri sarebbero finiti sull’Indice.

Il cherem

Nel 1656 contro Baruch Spinoza fu pronunciata una scomunica (cherem) particolarmente dura della quale non conosciamo la motivazione esatta. Sappiamo solo che non fu mai revocata. Il cherem era grave per ogni ebreo perché lo escludeva non soltanto dalla comunità religiosa ma dalla comunità in toto, quindi anche dagli affari. Dopo la scomunica Spinoza dovette abbandonare il commercio perché gli fu vietato di intrattenere contatti con altri ebrei. La motivazione per il cherem probabilmente furono le sue idee religiose e il suo atteggiamento troppo poco “ortodosso”, tale da risultare ostile nei confronti della religione ebraica istituzionalizzata.

La scomunica di Baruch Spinoza in lingua portoghese con data 27 luglio 1656, conservata ad Amsterdam
La scomunica di Baruch Spinoza in lingua portoghese con data 27 luglio 1656, conservata ad Amsterdam

La scomunica era un metodo per riportare qualcuno sulla “retta via” e una pena “rieducativa”. Talvolta i cherem venivano infatti revocati, anche se nel caso di Spinoza questo non avvenne. Può darsi che a qualcuno non piacesse che il giovane frequentasse la scuola di un gesuita o che avesse negato l’immortalità dell’anima. Quest’ultima era molto importante per le autorità religiose, che la usavano per controllare i loro fedeli e spaventarli con i castighi nell’aldilà. La sua negazione rischiava di minare il dominio delle autorità religiose. Spinoza negava inoltre che gli ebrei fossero il popolo prescelto. Nel Trattato teologico-politico un capitolo tratta di questo argomento. Secondo il filosofo gli ebrei erano stati prediletti nel periodo della stesura della Scrittura, ma non avevano più nessun motivo di ritenersi superiori nel presente, in quanto la loro elezione riguardava un ormai passato ordinamento sociale e non loro come comunità. Dio è benevolo e misericordioso nei confronti di tutti senza distinzione. “[…] quanto all’intelletto e alla vera virtù nessuna nazione si distingue dalle altre, né da questo punto di vista, una di esse può essere rispetto alle altre, prediletta da Dio.”[5] La presunzione degli ebrei è quindi fuori luogo e Spinoza demolisce il loro dogma di popolo prescelto, superiore agli altri. E’ vero che nell’anno del cherem egli non aveva ancora pubblicato nulla, ma pare scontato che le sue opinioni non fossero poi molto diverse da quelle che poi avrebbe messo per iscritto nelle sue opere filosofiche.

Il Trattato teologico-politico

La casa di Rembrandt nella Jodenbreestraat nel quartiere ebraico in cui il pittore visse tra il 1639 e il 1656. Oggi vi si trova il museo Rembrandthuis
La casa di Rembrandt nella Jodenbreestraat nel quartiere ebraico in cui il pittore visse tra il 1639 e il 1656. Oggi vi si trova il museo Rembrandthuis

Sappiamo che nel 1659 Spinoza frequentava l’università di Leida e seguiva le idee di Cartesio. La filosofia di quest’ultimo era molto innovativa e aveva inaugurato una nuova éra filosofica. In ogni caso, Spinoza era un pensatore troppo originale per essere un semplice seguace di qualche scuola filosofica. Non condivideva infatti molte idee di Cartesio, come per esempio quelle controverse che negano anima e intelligenza degli animali. Per guadagnarsi da vivere lavorava come tornitore di lenti che ritagliava in un laboratorio presso casa sua. Questo lavoro gli fu dannoso per la salute, già di suo soffriva di problemi respiratori ereditati dalla madre e la polvere di vetro non faceva che peggiorarli. Sarebbe infatti morto prematuramente per una malattia ai polmoni a soli 44 anni. Nel 1660 si trasferì a Rijnsburg, vicino a Leida, un luogo sicuramente più solitario della frenetica Amsterdam. Mentre nel 1665 lo troviamo a Voorburg, vicino all’Aia, e nel 1670 direttamente all’Aia dove visse fino alla morte avvenuta nel 1677.

L'edizione del Tractatus Theologico Politicus con falso editore (Künraht)  e luogo di pubblicazione (Amburgo), 1670
L’edizione del Tractatus Theologico Politicus con falso editore (Künraht) e luogo di pubblicazione (Amburgo), 1670

Spinoza era perlopiù un autodidatta ma intratteneva dei circoli di studio ben frequentati. Aveva dei contatti nell’ambiente universitario ma non vi insegnò mai ufficialmente, anche se la sua fama doveva aver passato i confini dell’Olanda. Nel 1673 gli fu offerta una cattedra a Heidelberg, ma rifiutò. Difficilmente uno spirito libero come il suo si sarebbe potuto adattare ad un ambiente universitario angusto con poche libertà. Spinoza aveva risposto alla chiamata: “[…] Se volessi dedicarmi all’educazione dei giovani, dovrei in primo luogo rinunziare a far della filosofia. In secondo luogo, io non so entro quali limiti debba intendersi compresa quella libertà di filosofare, perché io non sembri voler perturbare la religione pubblicamente costituita.”[6] Nella lettera da parte del professor Fabritius dell’università di Heidelberg si legge infatti che l’Elettore Palatino di cui egli fungeva da consulente confidava che Spinoza non avrebbe dovuto abusare della libertà di filosofare per perturbare la religione.[7] Il suo rifiuto fu quindi legittimo perché la libertà di filosofare era decisamente limitata.

Il Trattato teologico-politico ebbe una genesi piuttosto lunga. Fu iniziato prima della sua opera principale, l’Etica, e ripreso a metà degli anni ‘60. La pubblicazione avvenne nel 1670, un anno dopo la morte in prigione dell’amico coetaneo Adriaan Koerbagh. Quest’ultimo era un medico e giurista, arrestato per blasfemia su pressione della chiesa riformata olandese e successivamente condannato a 10 anni di reclusione. A causa dei lavori forzati sopravvisse soltanto un anno. Le idee sulla religione di Spinoza e Koerbagh furono molto simili e i due si influenzarono a vicenda. Al contrario di Koerbagh, Spinoza fu più prudente e non subì la stessa sorte dell’amico soltanto perché il Trattato teologico-politico non era mai stato tradotto in olandese. (Le prime traduzioni nella lingua locale furono pubblicate soltanto negli anni ’90 del Seicento) Nell’opera si riferisce esplicitamente al caso Koerbagh: “Qual peggior male può esservi, infatti, per uno Stato, che quello di esiliare come malviventi uomini onesti, soltanto perché professano opinioni non conformi, e non le sanno dissimulare? Che cosa è più pernicioso, dico, che il considerare come nemici e il mandare a morte questi uomini, non perché siano scellerati o delinquenti, ma soltanto perché sono di spirito liberale […][8] La libertà di pensiero e anche di espressione era uno dei principi per i quali il filosofo si impegnò maggiormente come si evince del resto già dal titolo del suo trattato.

La libertà

Il titolo recita appunto Trattato Teologico-Politico in cui sono contenute alcune dissertazioni con le quali si mostra come la libertà di filosofare non soltanto può essere concessa salve restando la pietà e la pace dello Stato, ma piuttosto non può essere negata se non distruggendo insieme la pietà e la pace dello Stato.[9] Sarebbe dannoso per qualsiasi Stato togliere ai cittadini concetti chiave come la libertà di pensiero e di espressione. Spinoza vedeva la democrazia come forma di governo ideale e si batteva anche per una separazione dei poteri tra Stato e Chiesa: “[…] Quanto sia pericoloso per la religione e per lo Stato il concedere ai ministri del culto qualche diritto di legiferare o di trattare affari del governo civile. […] si regna, infatti, in modo assai violento là dove sono giudicate criminose le opinioni che ciascun individuo ha il diritto di professare e a cui nessuno può rinunciare […]”[10] Qui traspare senza dubbio la critica di un ebreo messo al bando proprio per le sue opinioni. Spinoza era un paladino della tolleranza e sosteneva che ad ogni cittadino deve essere consentito, “non solo di pensare quello che vuole, ma anche di dire quello che pensa.”[11] Secondo lui nessuno può essere costretto “a vivere secondo la volontà altrui […]” e ciascuno è invece “padrone della propria libertà”[12].

Tutti devono essere liberi di esprimere il loro giudizio e nessun governo può limitare il diritto individuale dei membri del popolo prescrivendogli cosa sia vero o falso. Per Spinoza il vero fine dello Stato è proprio la libertà.[13] In uno Stato di diritto deve essere assolutamente consentito esprimere contrarietà ai decreti emanati dallo stesso. La libertà va garantita sia nell’esercizio della filosofia che della religione, altrimenti non ci può essere progresso nelle scienze e nelle arti.[14]

Cornelis Springer: Het Athenaeum Illustre te Amsterdam in 1650, 1878. Haarlem: Teylers Museum
Cornelis Springer: Het Athenaeum Illustre te Amsterdam in 1650, 1878. Haarlem: Teylers Museum

Questa libertà, infine, non soltanto può essere consentita senza pericoli per lo Stato, per la religione e per il diritto delle supreme potestà, ma deve, anzi, essere concessa affinché tutto ciò sia conservato, giacché quando invece si fa di tutto per sopprimerla e si discutono nei tribunali le opinioni dei dissidenti, anziché le loro intenzioni, che sole possono essere delittuose, allora si prendono contro onesti cittadini tali provvedimenti, che lungi dal servire d’esempio, appaiono piuttosto come martiri ed esasperano gli altri, accendendo in essi sentimenti di commiserazione, se non di vendetta, piuttosto che intimorirli. Le buone arti e la fede, inoltre, si corrompono;[15]

Le opinioni diverse non hanno mai fatto male a nessuno, quello che conta sono i gesti. La punizione di chi dissente di norma fa aumentare la stima degli altri, è quindi anche controproducente. Quando la libertà viene limitata o non si può più esprimere la propria opinione ci si avvicina ad un governo dispotico. Per Spinoza d’altronde i veri perturbatori dell’ordine pubblico sono “coloro che in una libera Repubblica pretendono di sopprimere quella libertà di pensiero che non può essere repressa.”[16] Dobbiamo ovviamente collocare il pensiero di Spinoza nella sua epoca storica. Tra le guerre della religione come quella dei trent’anni tra protestanti e cattolici e l’Inquisizione che imperversava ancora nei territori dominati dagli spagnoli, ne aveva di esempi sotto gli occhi per aborrire qualsiasi abuso di potere e fanatismo religioso. Egli visse in Olanda, che però era meno liberale di quanto potrebbe sembrare a prima vista se pensiamo alla condanna di Koerbagh o al fatto che lo stesso Spinoza non fu censurato non soltanto dall’autorità ecclesiastica ma anche da quella laica.

La superstizione

Amsterdam, 2012
Amsterdam, 2012

Spinoza aborriva la superstizione e la considerava un male capace a corrompere il volgo. Era fermamente convinto che la religione non ha bisogno degli ornamenti della superstizione ma che al contrario si trova meglio senza.[17] Secondo lui è soprattutto la paura ad alimentare la superstizione e proprio perché gli uomini sono divisi tra la speranza e il timore “nulla riesce più della superstizione a dominare le masse.”[18] Egli visse in un secolo di atroci conflitti e fanatismi religiosi e criticava infatti che la Chiesa era diventata un teatro per denigrare gli avversari di fede diversa. Di conseguenza la religione non consiste “nella carità, ma nella diffusione di discordie tra gli uomini e nella propaganda di acerrimo odio, camuffato sotto il falso nome di zelo divino e di fervore ardente.”[19] E’ probabile che sulla Chiesa riformata e i protestanti la pensasse come Giordano Bruno. In fondo il fervore e il fanatismo nascondono sempre interessi spesso di natura economica ed i protestanti non erano certo da meno dei cattolici.

L’antica religione si è ridotta in un mero culto di credulità e pregiudizi che privano gli uomini della loro facoltà di distinguere il vero dal falso “allo scopo di estinguere del tutto il lume del intelletto.”[20] Per il filosofo il nostro sommo bene è invece proprio l’intelletto: “Essendo l’intelletto la parte migliore di noi, è certo che, se noi vogliamo cercare davvero il nostro interesse, dobbiamo sforzarci soprattutto di perfezionarlo quanto più è possibile.”[21] Purtroppo le autorità religiose spesso disincentivano l’acquisizione di conoscenze in quanto un volgo ignorante si fa governare e guidare più facilmente. L’ignoranza si può però combattere soltanto con lo studio.

Come vedremo in seguito, Spinoza è religioso ma crede fermamente nelle scienze e non trova niente di male ad analizzare i fenomeni religiosi e la Bibbia con spirito critico. Pensa inoltre che la religione sia una faccenda personale che non si debba praticare in forma di riti e spesso a suo avviso il culto allontana le persone da Dio anziché avvicinarle. Secondo Spinoza la religione si è corrotta fino a diventare mera superstizione proprio a causa dei riti.[22] La superstizione conviene alle autorità ma non aggiunge nulla alla vera religione. Anche in materia di religione ognuno deve essere libero di credere nella sua personale fede: “[…] la somma autorità di spiegare la religione e di giudicare in materia religiosa resta propria di ciascuno, per la ragione che appartiene al diritto di ciascuno.”[23] Nessuno può quindi giudicare la religiosità di altri né prescrivere come viverla ed esprimerla. Secondo questo ragionamento non dovrebbe nemmeno esistere il concetto di eretico e Giordano Bruno non avrebbe mai dovuto essere arso sul rogo di Campo dei Fiori nel 1600.

I profeti e i miracoli

Amsterdam, 2012
Amsterdam, 2012

Nei primi capitoli del Trattato Spinoza parla delle profezie, dei profeti e dei miracoli con un approccio molto razionale e scientifico. Quello che insegnano i profeti secondo lui può essere “appreso e compreso dagli altri uomini con uguale certezza e capacità, e non con la sola fede.”[24]  Importante è leggere soltanto quello che viene esplicitamente detto nella Sacra Scrittura senza aggiungervi nulla. Dobbiamo inoltre tenere a mente che i profeti lavoravano con l’immaginazione e non sapevano certo tutto.

Nei libri dei profeti non troveremo né la sapienza né la conoscenza delle cose naturali o spirituali.[25]  Per Spinoza “la profezia è inferiore alla conoscenza naturale, la quale non ha bisogno di segni, ma per la sua stessa natura implica la certezza.”[26]  Dobbiamo quindi soppesare cosa credere delle rilevazioni dei profeti sotto questa luce e renderci soprattutto conto che la Bibbia non è un documento scientifico.

Secondo il volgo i miracoli provano l’esistenza di Dio. Proprio per questo “giudica negatori di Dio, o almeno della sua provvidenza, tutti coloro che spiegano o cercano di intendere mediante le cause naturali le cose e i miracoli.”[27]  Il volgo, per ignoranza o devozione, preferisce non ricercare i veri motivi dei miracoli. Dobbiamo sempre rammentare che Spinoza scrive in un’epoca in cui presunte streghe finivano ancora sul rogo per colpa della superstizione. In più molti non hanno capito che il mondo non gira intorno a loro e non sono gli unici a popolare la terra: “Di quale presunzione non è capace la stoltezza del volgo, il quale non ha alcuno sano concetto né di Dio né della natura, ma confonde i decreti divini con quelli umani e, infine, si fa della natura un’idea così limitata, da credere che l’umanità ne costituisca la parte più importante.”[28]  L’uomo non è al centro del mondo come la terra non è al centro dell’universo. Spinoza del resto aveva letto Galileo Galilei. Il miracolo è soltanto un fatto che non sappiamo spiegare o di cui non conosciamo le cause naturali. Spiegarlo con la volontà di Dio è un modo per confessare l’ignoranza e non giova certo ad avvicinare qualcuno alla vera religione. In cosa credeva però Spinoza?

Il Dio di Spinoza

La Biblioteca di Spinoza ricostruita nella sua casa di Rijnsburg
La Biblioteca di Spinoza ricostruita nella sua casa di Rijnsburg

Il Dio di Spinoza non è una personificazione antropomorfica, ma la Natura stessa – Deus sive Natura – un ente infinito nonchè la sostanza dell’universo. Si tratta di una spiegazione semplificata, in verità Dio e la Natura non coincidono del tutto, nell’Etica il filosofo distingue la Natura naturans che possiamo identificare sommamente con Dio dalla Natura naturata che è invece tutto ciò che dipende causalmente dalla prima. Qui ci limitiamo al punto di vista espresso nel Trattato teologico-politico che è meno schematico ma già molto simile a quello definitivo del capolavoro di Spinoza. “Sia quando diciamo che tutte le cose avvengono secondo le leggi della natura, sia quando affermiamo che esse sono ordinate dal decreto e dalla direzione di Dio, noi diciamo la medesima cosa.”[29] Dio esiste ed è un ente supremo, sommamente giusto e misericordioso. “Il culto di Dio e l’obbedienza a lui consistono nella sola giustizia e nella carità, ossia nell’amore verso il prossimo. […]”[30] L’essenza della religione è quindi la conduzione di una vita retta e rispettosa nei confronti del prossimo. Anche per lo sfortunato Giordano Bruno Dio e la Natura erano un’unica cosa e Spinoza fu ispirato dai suoi scritti che aveva studiato in maniera approfondita già con Van den Enden. Quando negli anni venti il rabbino Goldstein chiese ad Albert Einstein se credesse in Dio, egli rispose: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’armonia di tutte le cose, non in un Dio che si interessa del destino e delle azioni degli uomini.”

Secondo Spinoza l’antropomorfizzazione di Dio è persino dannosa in quanto porta ad un aumento del timore di un giudice e delle speranze talvolta vane, la cosiddetta fede cieca. Equiparare Dio alla Natura in realtà aumenta la sua posizione perché senza di lui non esisterebbe nulla. Il nostro compito è perfezionare l’intelletto e conoscere le cose naturali. “[…] quanto più noi conosciamo le cose naturali, tanto più perfettamente conosciamo l’essenza di Dio, che è la causa di tutte le cose.”[31] Dio in questo senso non è quindi assolutamente in contraddizione con la scienza, ma costituisce la base di tutto.

I riti e il culto istituzionalizzato non aggiungono nulla alla vera conoscenza di Dio: “[…] questa legge divina naturale non esige riti, cioè azioni che sono in sé indifferenti e che si chiamano buone soltanto per istituzione […]”[32] Dio non è un legislatore e dovrebbe essere adorato con vera religione e non con superstizione e paura. I riti sono mere aggiunte ma non appartengono alla legge divina e non giovano né alla felicità né alla virtù.[33] Molto più importante dei riti è un retto tenore di vita. I riti e le letture non hanno senso se non modificano i comportamenti. Anzi, uno scopo per la loro introduzione è “indurre gli uomini ad agire esclusivamente secondo l’altrui comando, invece che per propria deliberazione.”[34] A pensarci bene molti che eseguono certi riti religiosi non si domandano mai del senso che sta dietro, compiono un gesto all’interno di una massa che perde ogni significato. In più l’esercizio dei riti non sempre li rende più buoni e giusti e quindi rischia di essere privo di significato.

L’insegnamento della Sacra Scrittura

Per quanto riguarda l’esegesi biblica secondo Spinoza dobbiamo lavorare soltanto sulle fonti del testo e trascurare tutte le aggiunte dei secoli che non erano originariamente contenute nella Scrittura. Chi predica spesso manipola i fatti della Bibbia per interesse. “L’intera conoscenza della Bibbia deve essere tratta dalla sola Bibbia.”[35] Come vedremo in seguito, la Bibbia è talvolta lacunosa, corrotta e non costituisce la mera parola di Dio, ma una composizione di mano umana che spesso perseguiva degli interessi precisi. “[…] nessuno può avere pensato di corrompere una lingua, mentre spesso si è potuto travisare il pensiero di uno scrittore, alternandone il discorso o interpretandolo arbitrariamente.”[36]

In verità il messaggio della Scrittura è molto semplice ed essenziale e suggerisce un retto tenore di vita, la carità nei confronti del prossimo e la fiducia in Dio che è tutto e tiene i fili di tutto senza giudicare o imporre la sua volontà. Interpretando male i testi sacri nascono invece i dissidi e le guerre e viene fomentato l’odio di tutti quelli che credono in qualcos’altro. Secondo Spinoza la religione si deve separare dalle speculazioni filosofiche che non hanno nessun motivo di esistere.[37] La somma dell’insegnamento della Sacra Scrittura è di amare Dio e il prossimo e condurre uno stile di vita nel segno della tolleranza e della benevolenza. Secondo Spinoza, il nostro sommo bene e la nostra beatitudine coincidono con la conoscenza dell’amore di Dio in questo senso.[38]

La Bibbia è senz’altro un documento umano scritto a più mani in epoche storiche diverse e composto da tante storie raccolte da diversi storici. Spinoza mette per esempio in dubbio che Mosè abbia scritto il Pentateuco. Lo fa con argomenti molto solidi, per esempio citando il fatto che Mosè parla in terza persona o elencando i nomi di posti che si chiamavano diversamente alla sua epoca. Pensa che l’autore di alcuni libri della Scrittura sia Esdra. Spinoza è convinto che deve essere ammesso criticare la Scrittura, anzi: “[…] e, se essi giudicano blasfemo colui, il quale dice che la Scrittura è qua e là difettosa, come qualificare allora quelli che ad essa attribuiscono qualunque cosa loro piaccia?”[39]  Non vuole assolutamente demolire la Scrittura, ma togliere tutte le corruzioni e fare piazza pulita di note marginali aggiunte da chicchessia.[40]

Visto che la Scrittura è piena di contraddizioni che ad un esame attento saltano all’occhio non va letta come un documento filosofico o scientifico.[41] Per secoli è stata usata per indurre interi popoli all’obbedienza, spesso attribuendo significati fantasiosi ai suoi contenuti. Molte volte i pastori avevano scelto dalla Scrittura proprio quelle storie e quei episodi atti a rendere il volgo ubbidiente e devoto. “Sicché, se alcuno legge le storie della Sacra Scrittura e presta ad esse fede incondizionata, senza tuttavia fare attenzione alla dottrina che esse vogliono insegnare e senza migliorare la propria vita, tanto vale per lui come se leggesse il Corano o le commedie dei poeti o tutt’al più i fatti della cronaca comune […]”[42] Quello che conta sono i fatti e le buone azioni e non dobbiamo mai perdere il nostro spirito critico e prestare una fede cieca.  

Molti hanno visto male il fatto che Spinoza dichiara che la parola di Dio è talvolta lacunosa, contraddittoria e frammentaria, disseminata di errori e aggiunte. Lui invece è convinto di aver fatto un favore in quanto chi si fida ciecamente della Scrittura rischia di adorare “la carta e l’inchiostro come parola di Dio.”[43] Anzi, la parola di Dio perde ogni significato se non suscita nelle persone sentimenti di devozione verso Dio. “[Nella] religione universale o cattolica […] si insegna il vero modo di vivere, che consiste, non nelle cerimonie, ma nella carità e nella retta intenzione. […][44]

Amsterdam, nel 2012
Amsterdam, nel 2012

La fede concede inoltre ampia libertà di filosofare e di opinione. E’ molto meglio dubitare che obbedire ciecamente sia nella sfera pubblica che in quella religiosa. Anche uno dei più grandi dogmatici della Chiesa cattolica, Agostino d’Ippona apprezzava lo scetticismo e considerava gli accademici i filosofi più accorti in quanto dubitarono di ogni cosa. Chi è convinto che non si possa ragionare sulla Sacra Scrittura in realtà è guidato più dalla paura di essa che dalla fede. Parliamo del resto di due sfere separate, quella della ragione e quella della teologia che esistono autonomamente una dall’altra. La teologia da sola è poca cosa perché promuove soltanto l’obbedienza e la pietà dimenticandosi della sfera dell’intelligenza e della ragione di cui gli uomini hanno ugualmente bisogno.[45] La Scrittura offre però sollievo anche a tutti coloro che trascurano la sfera della ragione e dell’intelletto.

Le storie contenute nella Bibbia possono esserci invece utili da un punta di vista morale, nel senso più universale dell’amore sia di Dio che del prossimo e nel condurre una vita senza infliggere mali a nessuno. La vera fede può essere giudicata soltanto dalle opere: “[…] se le opere sono buone, l’uomo è fedele, sebbene dissenta nei dogmi dagli altri fedeli, mentre invece, se le opere sono cattive, egli è infedele ancorché sia d’accordo, a parole, con gli altri fedeli.”[46] Non lascia quindi spazio agli ipocriti che sono retti solo a parole ma non fanno nulla di buono e di giusto. E’ da preferire chi dissente dai dogmi ma compie opere buone e caritevoli. Per Spinoza i veri Anticristi sono coloro che perseguitano i fedeli, quelli veri ed autentici per il fatto che professano opinioni diverse.[47]

Conclusione

Spinoza vede la democrazia come forma di governo ideale in quanto secondo lui le assurdità sono meno temibili: “E’ quasi impossibile, infatti, che la maggior parte di un consorzio, se questo è grande, convenga in un unico assurdo.”[48] In linea di principio egli ha ragione se confrontiamo la democrazia con una monarchia o un qualsiasi regime dittatoriale. Anche se è quasi impossibile, non è comunque escluso che la suprema autorità possa imporre delle assurdità per corruzione o convenienza. Se trasferiamo questo concetto all’attualità purtroppo ci dobbiamo rendere conto che anche la democrazia ha dei limiti e spesso agisce per interesse. Quale interesse persegue? Quasi sempre quello del dio denaro. Dobbiamo perciò restare vigili ed essere particolarmente gelosi della nostra libertà. Ovviamente vale sempre il detto di Martin Luther King, “La mia libertà finisce dove comincia la vostra.”[49] In ogni caso c’è un enorme differenza tra rispettare il prossimo e la sua libertà con le proprie azioni responsabili e l’imposizione di qualsiasi cosa con la forza dall’alto. Parliamo peraltro di libertà fondamentali come quella di pensiero e di opinione che di norma non minano mai quella del prossimo. La lezione di Spinoza può servire a renderci esseri più critici e vigli nei confronti degli abusi di potere e più tolleranti nei confronti del prossimo.


[1] Georg Wilhelm Friedrich Hegel: Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, Vol II,p. (Trad. libera: Filosofare significa spinozare)

[2] Baruch Spinoza: Epistolario. A cura di Antonio Droetto. Torino: Einaudi, 1974 [1951] (Prima edizione nei «Reprints»), p. 221.

[3] “Purtroppo […] le cose sono giunte a tal punto, che coloro i quali confessano apertamente di non avere alcune idea di Dio e di non conoscerlo se non attraverso le cose create, delle quali ignorano le cause, non si vergognano di accusare i filosofi di ateismo.” (Baruch Spinoza: Trattato teologico-politico. Torino, Einaudi, 1988, p. 47)

[4] „Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro.“ (Spinoza, Trattato, 10)

[5] Spinoza, Trattato, 93

[6] Spinoza, Epistolario, 223

[7] Cfr. Ibid, 221f

[8] Spinoza, Trattato, 487

[9] Ibid, 0

[10] Ibid, 452

[11] Ibid, 490

[12] Ibid, 9

[13] Cfr. Ibid, 482

[14] Cfr. Ibid, 485

[15] Ibid, 489

[16] Ibid, 489

[17] Cfr. Ibid, 321

[18] Ibid, 3

[19] Ibid, 186

[20] Ibid, 5

[21] Ibid, 105

[22] Cfri, Ibid, 449

[23] Ibid, 207

[24] Ibid, 20

[25] Ibid, Cfr. 47

[26] Ibid, 48

[27] Ibid, 150

[28] Ibid, 151

[29] Ibid, 81

[30] Ibid, 349

[31] Ibid, 106

[32] Ibid, 108

[33] Cfr, 124

[34] Ibid, 132

[35] Ibid, 190

[36] Ibid, 195

[37] Cfr. Ibid, 316

[38] Cfr. Ibid, 106

[39] Ibid, 293

[40] „E così stabilirono l’uso universale di leggere la Bibbia seguendo le note marginali.“ (Ibid, 270)

[41] „[…] nessuno che sia sano di mente penserà, credo, che gli scrittori sacri abbiano deliberatamente voluto scrivere in modo da apparire qua e là in contraddizione con se stessi. (Ibid, 294)

[42] Ibid, 136

[43] Ibid, 321

[44] Ibid, 324

[45] Cfr. Ibid, 364

[46] Ibid, 347

[47] Cfr. Ibid, 348

[48] Ibid, 383

[49] Martin Luther King Jr.: “My freedom ends where your freedom starts.” (Probabilmente detto oralmente durante un discorso e ispirato da Kant)

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