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La pittura e i dipinti di Leonardo da Vinci

Come un uomo senza lettere rivoluzionò l’arte nel secolo dell’umanesimo

Introduzione

Leonardo da Vinci è riconosciuto come uomo di talento universale, ma la dote alla quale teneva di più e la disciplina che ha sempre preferito tra tutte le altre era senz’altro la pittura. I dipinti di Leonardo sono pochi, ma da vero perfezionista lavorò molto a lungo su ogni singola opera, basti pensare alla Gioconda che portò con sé nei vari spostamenti e che fu ritoccata fino a poco prima della sua morte in un arco di una quindicina d’anni. Anche di numerose altre opere sono a disposizione i cartoni preparatori (spesso modificati), per non parlare della montagna di disegni che lasciò il maestro e che spessissimo furono propedeutici per i dipinti. Leonardo era un genio e pur essendo privo di cultura umanistica riuscì ad emergere in un secolo dominato dal neoplatonismo.

Leonardo Autoritratto
Leonardo da Vinci: Autoritratto, 1515 circa

La carriera artistica di Leonardo da Vinci ebbe inizio a Firenze dove rimase fino ai suoi 30 anni. Egli non si considerava letterato nonostante la sua città fosse il centro europeo degli studi umanistici. Si autodefinì anzi “omo sanza lettere”[1] perché non sapendo il latino, la quasi totalità della copiosa produzione letteraria e filosofica del suo secolo gli era preclusa. Il suo contemporaneo Marsiglio Ficino, fondatore dell’Accademia neoplatonica nel 1462, aveva tradotto l’opera completa di Platone, ma in latino, che costituiva la base di tutta la cultura umanistica del Rinascimento.

In compenso Leonardo aveva una dote preziosissima: sapeva osservare la natura con attenzione e cogliere ogni emozione nei soggetti. Come Aristotele attribuiva un ruolo fondamentale al senso della vista: “L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via donde il comune senso può piú copiosamente e magnificamente considerare le infinite opere di natura […]”[2]. Osservava la natura, cogliendo ogni minimo dettaglio e la riproduceva magistralmente sulla tela come pochi altri prima e dopo di lui. Leonardo era un pensatore e un artista molto originale che non aveva bisogno di modelli o di scritti altrui, ma influenzò profondamente i canoni artistici della sua epoca e di quelle successive.

Anziché allo studio dei testi neoplatonici, si dedicò al linguaggio dei sordomuti del quale ritroviamo molti gesti nelle sue opere (basti pensare alle mani e alle espressioni degli apostoli nell’Ultima Cena). Nella concezione di Leonardo, la pittura era l’unico linguaggio veramente universale che non aveva bisogno di interpretazioni e poteva essere capito da tutti: “La pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni dell’universo, […] Adunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha satisfatto all’umana specie, non altrimenti che si facciano le cose prodotte dalla natura.”[3] Vede quindi dei parallelismi tra la pittura e la natura in quanto entrambe sono di comprensione immediata e diretta.

Leonardo aveva vissuto in molte città diverse, ma preferiva la campagna alla frenesia di Milano, Firenze e Venezia. Come tantissimi grandi pensatori amava la natura e aveva un profondo affetto per gli animali.[4] Giorgio Vasari racconta nelle sue Vite che ai mercatini fiorentini egli acquistava gli uccelli in gabbia solo per liberarli.[5] Questo bel gesto viene ripreso da Émile Zola nel Ventre di Parigi: al momento del suo arresto Florent chiede di salire nella sua camera per liberare il fringuello.[6] Leonardo pensava che la sua mano (era mancino) fosse un dono, infatti si considerava pittore per vocazione ed era dell’avviso che tutte le altre discipline di cui si occupava (la matematica, la scienza, l’ingegneria, l’architettura, l’anatomia, ecc.) si potessero apprendere, mentre per la pittura il talento aveva un ruolo fondamentale. Ci ha lasciato pochi dipinti, ma tutti sono di un valore artistico inestimabile.

La vita di Leonardo da Vinci e le sue opere pittoriche principali

Leonareo Angelo Verrocchio
Leonardo da Vinci: L’angelo del Battesimo di Cristo di Andrea del Verrocchio, 1470 circa

Leonardo nacque ad Anchiano, una frazione di Vinci nella Valdarno nel 1452. A 17 anni entrò nella bottega del Verrocchio a Firenze, del quale si narra che avesse abbandonato la pittura quando aveva visto l’angelo dipinto dal su prodigioso allievo.[7] E’ difficile immaginare un’espressione più angelica di quella realizzata da Leonardo sul dipinto del Verrocchio (l’angelo in questione è quello alla sinistra). Nei suoi anni giovanili dipinse già alcuni capolavori come l’Annunciazione (1472-1475) e il Ritratto di Ginevra de’ Benci (1474-1476). Lavorò per i Medici a Firenze fino a 30 anni, e nel 1482 si spostò a Milano alla Corte di Ludovico Sforza (”ll Moro”). Nel periodo milanese dipinse la Vergine delle Rocce (1483/86), la Dama con l’ermellino (un ritratto di Cecilia Gallerani, amante del Moro, 1488/90) e la Belle Ferronnière (un’altra amante del Moro, 1490/97).

La conclusione del periodo milanese fu anche la sua apoteosi: l’Ultima Cena dipinta tra il 1494 e 1498 nella chiesa Santa Maria delle Grazie. Allo stesso periodo risale anche la Sala delle Asse al Castello Sforzesco. Nel 1499, quando il Ducato di Milano cadde in mano ai francesi Leonardo lasciò la città. Insieme al matematico Luca Pacioli, con cui aveva trascorso molti anni alla Corte degli Sforza, si trasferì alla Corte dei Gonzaga a Mantova. Nei primi anni del Cinquecento si spostò sovente, prima a Venezia, poi a Roma per tornare infine a Firenze. Tra il 1503 e 1504 dipinse una parete del Palazzo Vecchio con la Battaglia di Anghiari che costituì una competizione tra i due artisti più in voga del periodo, Leonardo e Michelangelo (che dipinse un’altra battaglia sulla parete di fronte), ma sono sopravvissuti solo i bellissimi cartoni preparatori. Agli inizi del Cinquecento trascorse diversi anni in varie città Norditaliane, impegnato soprattutto in opere idrauliche e architettoniche nonchè in studi sulla fisica, la meccanica e l’anatomia.

Il dipinto forse più famoso del mondo, la Gioconda o Monna Lisa fu iniziato intorno al 1503 a Firenze ma pare che finì molto presto in Francia, dove si trovava già ai tempi delle Vite di Vasari: “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò.”[8] Dopo aver iniziato la Gioconda a Firenze Leonardo si trasferì nuovamente a Milano nel 1508. Seguiranno numerosi spostamenti in Italia per accogliere infine nel 1516 un invito da Francesco I per stabilirsi in Francia, vicino ad Amboise nel maniero di Cloux. Era quindi Leonardo stesso ad aver portato la Gioconda in Francia, non sappiamo solo se l’aveva regalata a Francesco I o se gliel’aveva venduta. Dopo circa tre anni trascorsi in Francia Leonardo vi morì nel 1519 all’età di 67 anni.

L’Annunciazione, 1472 – 1475

Leonardo Annunciazione
Leonardo da Vinci: L’Annunciazione, 1472 – 1475

Si tratta di uno dei primi capolavori di Leonardo che si trova agli Uffizi. Maria siede all’aperto, in un ambiente ricco e sontuoso (basti osservare il suo preziosissimo leggio). E’ vestita in maniera molto ricercata ma il viso e l’acconciatura sono quelle di una ragazza acqua e sapone. Ha uno sguardo dolce ma i suoi occhi mancano ancora della vivacità di quelle di altre donne ritratte successivamente (Cecilia Gallerani, ma soprattutto la Belle Ferronière). Quando vede l’angelo, Maria si stupisce lievemente (un gesto appena accentuato dalla mano sinistra) ma non dimentica di mettere il dito dell’altra mano sul libro che stava leggendo. Rimane quindi abbastanza composta di fronte all’apparizione. Anche il giardino della villa è un capolavoro con i suoi fiori rifiniti in ogni dettaglio e gli alberi che sembrano tratti da un manuale di botanica.

Il secondo personaggio, l’angelo che si inchina davanti a Maria è realizzato con estrema cura, come si può vedere dalle pieghe del suo bellissimo vestito rosso. La stessa cura è riservata alla sontuosa veste blu-rossa-gialla di Maria. Leonardo ama il gioco dei colori e li combina sapientemente. Sullo sfondo si intravede un paesaggio di montagna e un porto con diverse navi. Se pensiamo che Leonardo aveva solo 21 anni quando realizzò il quadro e stava studiando pittura da appena 4 anni nella bottega del Verrocchio, non possiamo fare a meno che ammettere la mano di un genio. L’ambientazione dell’Annunciazione è piuttosto atipica e molto originale: quasi tutte le altre della storia dell’arte si svolgono al chiuso. Ci sarebbe una versione posteriore ma l’attribuzione a Leonardo è incerta in quanto la qualità è nettamente inferiore rispetto alla prima versione.

Ritratto di Ginevra de’ Benci, 1474 – 1476

Leonardo Ginevra
Leonardo da Vinci: Ritratto di Ginevra de‘ Benci, 1474 – 1476

Questo ritratto è bellissimo ma manca dell’intensità emotiva delle opere più mature. Ginevra de Benci è senz’altro attraente, con il suo viso color marmo e il sole che si rispecchia nei suoi riccioli acconciati con molta cura, ma la sua espressione sembra assente. La realizzazione è perfetta; come il San Girolamo, mai terminato, anche il viso di Ginevra appare plastico. Sembra che Leonardo in quel periodo cercasse di donare maggiore tridimensionalità ai suoi personaggi. Nonostante queste indubbie qualità l’espressione di Ginevra è vuota e il viso non trasmette emozioni. Manca totalmente la profondità dello sguardo che invece osserviamo in Cecilia Gallerani o nella Belle Ferronière. Se confrontiamo l’espressione del viso di Ginevra con la bellissima Madonna Benois di poco posteriore (1478-1482) ci rendiamo conto quanto sia più vivo lo sguardo della modella che ha posato per Maria e che comunica attivamente tramite il suo sorriso pieno di tenerezza con il bambino seduto sulle sue ginocchia. In ogni caso non è solo la simpatia che manca alla ricca e colta Ginevra de Benci, c’è anche altro.

E’ risaputo che Leonardo fosse un artista perfezionista. Molto probabilmente egli stesso si era reso conto che quello che rende lo sguardo di Ginevra spento e privo di emozioni è la melanconia. Ginevra non solo non sorride ma non accenna nemmeno una traccia di letizia, né con le labbra, né con gli occhi. E’ impassibile come se fosse di ghiaccio e tutta l’espressione del suo bel viso ne soffre. Questo potrebbe essere anche un effetto delle lunghissime e spesso estenuanti ore di posa in cui le modelle dovevano stare pressoché immobili. Quando quasi 30 anni dopo Leonardo realizzò la Gioconda avrebbe preso provvedimenti per scacciare la melanconia dall’espressione di Lisa Gherardi come vedremo più avanti. Nel ritratto di Ginevra colpisce invece il paesaggio dello sfondo, molto elaborato che caratterizzerà anche la Monna Lisa del periodo maturo e alcune altre opere e che abbiamo già osservato nell’Annunciazione. Nel quadro troviamo anche diversi elementi allegorici come il ginepro dietro la donna che si chiama appunto Ginevra. Pare che una volta il ritratto fosse più lungo, il busto è stato tagliato insieme alle mani della donna. Il Ritratto di Ginevra de’ Benci si trova a Washington, alla National Gallery of Art che l’ha acquistato nel 1967.

Volto di fanciulla, 1478 – 1485 (circa)

Da Vinci Fanciulla
Leonardo da Vinci: Volto di fanciulla, 1478 – 1485 (circa)

E’ uno dei disegni più belli di Leonardo che viene conservato alla Biblioteca reale di Torino, dove si trova anche il famoso Autoritratto del 1515 in cui l’artista sfoggia una lunghissima barba bianca, e presenta molta somiglianza al Platone della Scuola di Atene di Raffaello. Sanzio ha anche ripreso il gesto leonardesco del dito innalzato al cielo. Leonardo da abilissimo disegnatore riesce a donare plasticitá anche senza l’uso di colore.

La fanciulla del disegno viene raffigurata di spalla e incrocia il nostro sguardo con i suoi occhi dolci e gentili. E’ stupefacente che un disegno possa avere una tale profondità e capacità comunicativa. Come molti ritratti femminili di Leonardo, il disegno fa venire in mente la donna ideale di Dante, che tanto gentile e tanto onesta pare. E’ probabile che il ritratto della ragazza fosse preparatorio per la figura di un quadro, forse per l’angelo della Vergine delle Rocce, che coinciderebbe con il periodo di realizzazione, anche se di somigliante c’è solo la posizione della testa che guarda sopra le spalle e non il viso. Pur trattandosi di un disegno, lo sguardo della donna ritratta è molto più intenso e dolce di quello di Ginevra de’ Benci. La fanciulla non sfoggia nessun sorriso vistoso, ma tutto lo sguardo è pervaso da una sensazione di complicità che interagisce con lo spettatore. I suoi occhi sono intelligenti e sembra che ci scruti in maniera interrogativa.

Vergine delle Rocce, 1483-1486

Leonardo Vergine delle Rocce
Leonardo da Vinci: Vergine delle Rocce, 1483 – 1486

La Vergine si trova in una grotta, immersa in un paesaggio molto elaborato. In primo piano troviamo dei fiori e delle rocce, sullo sfondo stupisce un paesaggio con cime elevate molto caro a Leonardo. Colpisce il contrasto chiaro-scuro e il sapiente uso della luce. Il viso di Maria con tratti molto gentili è illuminato come anche le figure di San Giovanni Battista, dell’angelo e di Gesù Bambino. Oltre alla profondità espressiva dei visi dei personaggi ritratti stupiscono i loro gesti molto elaborati. Pare che comunichino con i gesti, anziché con le parole: Maria alza la mano sinistra come se volesse proteggere l’angelo al suo fianco e il suo bambino accanto all’angelo mentre con la mano destra abbraccia San Giovanni Battista. L’angelo che guarda in direzione dello spettatore sopra le spalle, indica timidamente con il suo dito San Giovanni Battista seduto alla destra di Maria che invece giunge le sue manine in segno di preghiera. Il piccolissimo bambino Gesù alza la mano per fare un segno di benedizione in direzione di San Giovanni Battista.

Sia l’angelo che la Vergine hanno vesti sontuose che riflettono la luce. Come nell’Annunciazione l’angelo è vestito di rosso e di verde e Maria di blu e giallo. Per il resto le pettinature di Maria e dell’angelo sono molto semplici, prive di artificiosità. I bambini piccoli sono invece nudi (Giovanni Battista in molte opere pittoriche appare di poco più grande di Gesù). Leonardo aveva fatto molti disegni preparatori per riprodurre i bambini piccoli e rappresenta la loro nudità con molta cura e correttezza anatomica. In alcune Madonne con il bambino cerca addirittura di far vedere la difficoltà dei bambini molto piccoli a coordinare le mani con lo sguardo quando afferrano gli oggetti. (p.es. nella Madonna del Garofano, 1475). La Vergine delle Rocce è un altro esempio di opera curata in ogni minimo dettaglio, senza lasciare nulla al caso. Tanti pittori di grande talento hanno spesso sbagliato le proporzioni di Gesù Bambino in braccio a Maria. Basta pensare al bambino gigante della Madonna della Seggiola di Raffaello per dare l’idea. Come molte opere di Leonardo, La Vergine delle Rocce si trova in Francia, al Louvre.

Dama con l’ermellino, 1488 – 1490

Leonardo Dama con l'ermellino
Leonardo da Vinci: Dama con l’ermellino, 1488-1490

Si tratta di uno dei ritratti più affascinanti di Leonardo. La bellissima Cecilia Gallerani (1473 – 1533) fu l’amante di Ludovico Sforza, detto “il Moro” (1452 – 1508). Quest’ultimo era un importante patrono delle arti e contribuì allo splendore di Milano durante il Rinascimento. Al momento del ritratto, Cecilia aveva appena 16 anni. Era una nobildonna e qualche anno dopo avrebbe dato alla luce anche un figlio del Moro, Cesare Sforza. Più tardi si era sposata e nel pieno spirito del suo secolo faceva la poetessa e la studiosa di latino, frequentando gli ambienti letterari. Cecilia era amica di Isabella d’Este che conosciamo dai ritratti che le fece Tiziano alla quale fu prestato anche il ritratto di Leonardo affinché gli altri pittori potessero trarne ispirazione. Già allora l’opera apriva quindi nuovi orizzonti nella ritrattistica e avrebbe profondamente influenzato altri pittori. Ci sono numerosissimi ritratti di impostazione simile da Van Dyck a Velázquez, tutti privi di sfondo e con ampio uso dell’effetto chiaro-scuro.

Nel ritratto di Leonardo, Cecilia porta un’acconciatura semplice e la famosa Ferronière (un nastro che cinge la fronte) come la ragazza raffigurata in un’altra opera di poco posteriore. Con la sua bella mano affusolata da gentil dama accarezza un ermellino che tiene sul braccio sinistro. Il bellissimo ermellino è chiaramente identificabile e molto plastico, ma come proporzioni assomiglia ad un gatto. In piena sintonia, sia l’ermellino che Cecilia rivolgono lo sguardo verso un personaggio ignoto a destra. La ragazza sembra concentrata, come se ascoltasse e osservasse qualcuno (forse il pittore o l’uomo che ama?) e ha gli occhi molto intelligenti. Come scrive il poeta Bernardo Bellincioni in un sonetto: […] “par che ascolti e non favella: “[9] Porta un bel vestito non troppo sontuoso e una catena nera al collo. Il sorriso è lieve, appena accentuato, ma tutto il suo viso comunica interesse e curiosità ed è privo di melanconia. Purtroppo non sappiamo a chi si rivolge il suo dolce sguardo.

Raffaello Dama con liocorno
Raffaello Sanzio: Dama col liocorno, 1505-1506

La rappresentazione di una giovane donna con un animale in braccio è molto comune nel Rinascimento. Spesso gli animali hanno un significato allegorico. In greco l’ermellino si chiama galè, non è quindi casuale che Cecilia Gallerani tiene in braccio quell’animale e non un altro. Se osserviamo la Dama con liocorno di Raffaello Sanzio del 1505, di poco posteriore alla Dama con l’ermellino notiamo diversi parallelismi; Raffaello ha preso infatti il ritratto di Leonardo come modello anche se le due ragazze non si somigliano. Nel quadro di Raffaello alcuni esami radiologici hanno dimostrato che originariamente l’animale che la ragazza tiene in braccio era un cagnolino. Successivamente fu invece modificato in liocorno. L’unicorno è un’animale leggendario che rappresenta la verginità femminile mentre il cane sta per la fedeltà coniugale. Entrambe le ragazze rappresentano l’ideale di bellezza rinascimentale: la pelle bianchissima, i capelli pettinati (ma non acconciati in maniera elaborata) e soprattutto l’espressione dolce dello sguardo che rende delicato e gentile i loro visi. Mettendo i due ritratti a confronto, si nota subito la superiorità dell’opera di Leonardo. Cecilia appare con lo sguardo più intelligente ed è anche più delicata. Forse il vestito della dama di Raffaello è un po’ più sfarzoso di quello di Cecilia, ma anche lei è una ragazza naturale, senza abbellimenti artificiosi. La dama di Raffaello ha le guance lievemente arrossate, come se vi si rispecchiasse il suo bel vestito rosso. Un particolare che l’artista aveva visto nella splendida Belle Ferronnière di Leonardo. Oggi la Dama con l’ermellino si trova a Cracovia nel Museo Czartoryski, ma non si sa bene come nei secoli scorsi sia finita in Polonia perché era stata a lungo dispersa. Recentemente il famoso ritratto è stato praticamente donato da un nobile allo Stato polacco, in quanto il prezzo pagato per l’intera collezione con un Leonardo era irrisorio.

Ultima Cena, 1494-1498

E’ l’ultima opera che Leonardo realizzò a Milano per Ludovico Sforza e ne parla anche Vasari: “Fece ancora in Milano ne’ frati di S. Domenico a S. Maria de le Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa, et alle teste degli Apostoli diede tanta maestà e bellezza, che quella del Cristo lasciò imperfetta, non pensando poterle dare quella divinità celeste, che a l’imagine di Cristo si richiede.”[10] Leonardo dipinse l’Ultima Cena a secco su intonaco per evitare l’affresco che avrebbe richiesto un’esecuzione molto rapida, non consona al maestro perfezionista tormentato da continui ripensamenti e dubbi. Purtroppo questa tecnica sperimentale fu la causa del rapido degrado dell’opera che non poteva resistere all’umidità.

Leonardo da Vinci: Ultima Cena
Leonardo da Vinci: Ultima Cena, 1494 – 1498

Quello che colpisce a prima vista dell’Ultima Cena è la vivacità degli apostoli che sembrano parlare con le mani e con gli occhi. Leonardo aveva studiato a lungo il linguaggio dei sordomuti per riuscire a raffigurare gesti veramente profondi ed accentuati. Il primo esempio per i gesti nella sua pittura era la Vergine delle Rocce, mentre l’Ultima Cena sembra pervasa dal linguaggio non verbale tra sguardi, espressioni cariche di stupore e gesti molto vivaci. A prima vista si coglie l’agitazione che regna tra gli apostoli. C’è chi rimane incredulo, chi si arrabbia e chi dice con voga di non essere coinvolto per niente.

Andrea alza le mani per esprimere la sua estraneità “Non ero io”, Filippo è profondamente affranto e si tocca il cuore “Come può essere?”, Matteo chiede a Simone indicando Gesù “Può essere vero?” Simone cerca di capire l’impossibile “Può essere possibile?” e anche Taddeo non riesce a credere alle sue orecchie “No, non può essere”. L’unico apostolo calmo è Giovanni di fianco a Gesù: essendo il suo preferito, nessuno avrebbe sospettato di lui. Tommaso guarda Gesù in maniera interrogativa (incredula) ed indica il cielo con il tipico gesto leonardesco del dito, Giacomo Maggiore a fianco di Tommaso spalanca le braccia per esprimere il suo stupore doloroso. Dall’altro lato del tavolo Bartolomeo è indignato, la posizione del suo busto e della testa indicano una rabbia profonda. Giacomo Minore pare invece paralizzato dallo spavento e Pietro è soprattutto curioso chi è il colpevole “Ma chi sarà mai?”. Al centro degli apostoli troviamo un Gesù calmo come una roccia in mezzo a tutta quest’agitazione, ma con l’espressione leggermente rassegnata. E Giuda? Si narra che Leonardo avesse cercato in lungo e largo un modello ma nessuno voleva rappresentare il traditore. Probabilmente nessun quadro nella storia dell’arte è riuscito ad esprimere le emozioni come l’Ultima Cena di Leonardo. Siamo di fronte all’apoteosi della comunicazione non-verbale, la pittura come poesia che può essere immediatamente compresa con gli occhi senza bisogno di descrizioni ed interpretazioni.

Ritratto di dama, Belle Ferronnière, 1490-1497

Leonardo Belle Ferronière
Leonardo da Vinci: Ritratto di Dama, Belle Ferronnière, 1490 – 1497

Si tratta di un altro ritratto bellissimo eseguito alla Corte degli Sforza a Milano. La ragazza è un’altra amante del Moro, non meglio identificata. Ha i capelli più scuri di Cecilia ed è un poco più robusta. Anche lei porta la Ferronnière, un gioiello che andava di moda in quei tempi e che cingeva la fronte delle donne. Il suo gioiello è un po’ più elaborato di quello di Cecilia, mostra anche una specie di medaglione al centro della fronte. Il vestito della ragazza è rosso e c’è un bellissimo effetto di colore per il quale il rosso si rispecchia sulle guance della ragazza, è che è stato ripreso da Raffaello.

La Belle Ferronière guarda lo spettatore in maniera intrigante, ha un viso bellissimo e uno sguardo molto dolce. L’intensità dello sguardo è notevole e al contrario di Cecilia si rivolge direttamente a noi. La luce si rispecchia nei suoi bellissimi occhi vitrei e regala ancora più effetto al suo sguardo. Nel Quattro- e Cinquecento colpisce la naturalezza delle donne ritratte che sembrano le preferite di Leonardo. Anche se si tratta di nobildonne, i soggetti femminili di Leonardo sono quasi tutte semplici, senza abbellimenti fuori luogo. Sia le acconciature che i vestiti sono eleganti ma sobrie, basta pensare ad alcuni ritratti di Tiziano per notare la differenza. La Belle Ferronière ha molta somiglianza con la Dama con l’ermellino ed è anche lei priva di sfondo. Leonardo coglie l’anima dei personaggi ritratti e con la Belle Ferronière ha raggiunto un’intensità rappresentativa senza eguali, che non viene nemmeno superata con l’opera più celebre di tutta la storia dell’arte.

Monna Lisa o La Gioconda (Ritratto di Lisa Gherardini), 1503-1518 circa

Leonardo Gioconda
Leonardo da Vinci: Monna Lisa o La Gioconda, 1503 – 1518

Il ritratto più famoso del mondo è sfuggente, bellissimo e reso volutamente ambiguo dalla tecnica dello sfumato. La Monna Lisa ha qualcosa di misterioso e indecifrabile anche se comunica attivamente con chi la osserva. Trent’anni dopo il ritratto di Ginevra de’ Benci, Leonardo ha impedito che la malinconia rovinasse il viso di Lisa e ha creato un attraente sorriso enigmatico senza rivali nella storia dell’arte. Vasari narra anche come nacque il famoso sorriso della Gioconda: “[…] essendo Monna Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse, e di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar via quel malinconico, che suol dar spesso la pittura a’ ritratti che si fanno.”[11] Leonardo avrà pensato senz’altro a Ginevra, se si è preso la briga di ingaggiare persino dei buffoni per rendere l’espressione del viso della donna più gaia. Il risultato è eccellente e sappiamo che Leonardo ritoccò il quadro molto a lungo. Del resto era di formato contenuto, adatto ai suoi numerosi viaggi.

La realizzazione della Gioconda è perfetta e la bellissima donna appare sotto un’ottima luce. E’ vestita con cura e porta i lunghi ricci sciolti, coperti parzialmente da un leggerissimo velo. La parte più affascinante del suo corpo sono il viso e lo sguardo. La tecnica dello sfumato è usata con grandissima maestria e dona profondità al ritratto. Per la figura della donna Leonardo ha usato pochi colori vivi, dominano i colori della terra, il marrone, color pelle e l’ocra. Le mani sono rese con perfezione anatomica e l’artista aveva eseguito diversi disegni preparatori per realizzarle. Come in diversi altri ritratti dietro alla Monna Lisa si apre un vasto paesaggio visto a volo d’uccello. Tantissimi luoghi si sono riconosciuti in quel paesaggio ma in verità è ignoto. Leonardo aveva fatto innumerevoli viaggi ed escursioni in montagna, potrebbe aver preso spunto un po’ ovunque.

Vergine con Sant’Anna, 1510 – 1513

E’ una delle opere più riuscite di Leonardo con due personaggi rifiniti in maniera magistrale e uno ricchissimo sfondo di montagna, molto elaborato. A Leonardo piacevano molto i panorami come sfondo, forse perché adorava osservare la natura e dipingerla. Maria è seduta sulle ginocchia di Sant’Anna e si china in avanti per afferrare Gesù Bambino che si volge verso di lei e tiene in mano un piccolo agnello. Il viso di Sant’Anna è riuscito meglio di quello di Maria che sembra meno profondo e un po’ grossolano con lo sguardo spento. Forse come nel caso di Ginevra quello che manca alla Maria di quel ritratto è un sorriso seppur lieve. Quello di Sant’Anna è appena accentuato ma rende il suo viso e lo sguardo molto più avvincente. Maria ha qualcosa di assente e melanconica come se fosse sovrappensiero.

Leonardo Vergine con Sant'Anna
Leonardo da Vinci: Vergine con Sant’Anna, 1510 – 1513

Forse era colpa della modella o della posizione innaturale piegata in avanti perché la Maria del cartone preparatorio è molto più bella e ha uno sguardo più dolce e più profondo. Sant’Anna guarda benevolmente in basso verso sua figlia e suo nipote e ha la testa coperta da un leggero velo. Come Sant’Anna Gesù Bambino è molto ben riuscito e volge il suo sguardo curioso e simpatico verso la madre senza lasciare la presa dell’agnellino. Originariamente Leonardo al posto dell’agnello aveva previsto un San Giovanni Battista bambino. Nel cartone preparatorio c’è anche più complicità tra Maria e Sant’Anna che sorridono entrambe lievemente e comunicano con sguardi intimi. Il paesaggio alpino sullo sfondo è un capolavoro, Leonardo coglie ogni minimo dettaglio della natura: il bel albero, i piedi nudi delle due donne sulle pietre e le cime montagnose molto comuni nei ritratti di Leonardo che riflettono il colore del cielo luminoso e sono ancora più belle di quelle rappresentate sullo sfondo della Gioconda.

Testa di fanciulla (La Scapigliata), 1508 (circa)

Leonardo La Scapigliata
Leonardo da Vinci: Testa di fanciulla (La Scapigliata), 1508

Il dipinto appare incompiuto, ma esercita un fascino particolare. A cosa penserà mai la bellissima ragazza ritratta che volge gli occhi socchiusi verso il basso? Sembra assorta nel suo dolce sguardo ma ha lo stesso un lieve sorriso sulle labbra. Pare felice, appagata e contenta e Leonardo riesce a cogliere la sua interiorità. Il nome del ritratto è dovuto alla pettinatura inesistente o appunto scompigliata / scapigliata della fanciulla. Leonardo rarissimamente dipinse donne con acconciature elaborate. Preferiva le modelle con pettinature semplici, non vistose. Apprezzava la naturalezza e aveva ragione perché quasi sempre i cosiddetti abbellimenti sono controproducenti. I capelli della fanciulla in ogni caso non sembrano rifiniti e anche il busto è solo accennato. L’unica parte perfetta è il viso realizzato in ogni minimo dettaglio. Come molte altre opere il dipinto appare quasi tridimensionale, come se fosse una scultura. Non si sa chi era la modella, oggi il piccolissimo quadro si trova a Parma.

San Giovanni Battista, 1508 – 1513 circa

Il personaggio ritratto come San Giovanni Battista è quasi certamente Salaì (Gian Giacomo Caprotti, 1480 – 1524), un giovane allievo di Leonardo da Vinci nonché uno dei suoi eredi. Fu uno dei modelli maschili preferiti di Leonardo ed lavorò nella sua bottega fin da bambino. “Prese in Milano Salaì milanese per suo creato, il qual era vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capegli, ricci et inanellati, de’ quali Lionardo si dilettò molto et a lui insegnò molte cose dell’arte .”[12] Salaì aveva anche ereditato il quadro raffigurante San Giovanni Battista, ma scomparse pochi anni dopo il maestro. Oggi l’opera si trova al Louvre e lo stesso Leonardo l’aveva portata in Francia.

Leonardo San Giovanni Battista
Leonardo da Vinci: San Giovanni Battista, 1508 – 1513 circa

Quello che stupisce del quadro a prima vista è l’intensità dell’interazione con lo spettatore. San Giovanni posa il suo sguardo languido, dolce e intenso su di noi indicando con il dito il cielo. E’ molto amichevole e tutta la sua espressione crea un’atmosfera di complicità e intimità. C’è una luce soffusa che entra da sinistra e che illumina il viso e una parte della spalla insieme al lato superiore del braccio. La rappresentazione dei riccioli è un capolavoro. La tecnica con la quale Leonardo ottenne l’effetto chiaro-scuro molto morbido è lo sfumato che abbiamo già incontrato nella Monna Lisa e che fu utilizzato da Leonardo soprattutto nelle opere mature. Lo sfumato ammorbidisce le linee del quadro nel quale non si possono più identificare le pennellate. L’ultimo gesto che Leonardo lascia della sua pittura è un dito rivolto verso il cielo. Forse tramite la sua figura ci vuole invitare a riflettere sull’aldilà? Il suo Giovanni Battista ci conquista soprattutto con il suo bel sorriso amichevole. Un invito di Leonardo a sorridere alla vita?

Leonardo fu fortunato perché visse in un secolo florido per la cultura e l’arte con contemporanei come Raffaello, Michelangelo e Sandro Botticelli. Non conobbe mai la mediocrità artistica, culturale e politica della nostra epoca che in termini di superstizione e ignoranza è paragonabile al Medioevo. E’ l’assenza di libertà che ci ha portato a questo punto, perchè solo un uomo libero come lo era Leonardo può creare dei capolavori che sopravvivono nei secoli. Cos’altro ci ha lasciato Leonardo? Il tempo che impieghiamo per realizzare un lavoro ben fatto non ha importanza, quel che conta è il risultato. La natura è una fonte di ispirazione inesauribile. Tramite l’osservazione e la sensibilità è possibile cogliere l’anima dei soggetti rappresentati. L’erudizione e la cultura classica non servono a nulla, se manca lo spirito critico. E’ essenziale dubitare di tutto perché nell’arte e nella vita non ci sono certezze.


[1] Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, foglio 119 (anno 1486)

[2] Leonardo da Vinci: Trattato della pittura, Lanciano, Carabba editore, 1947

[3] Leonardo, Trattato, parte terza

[4] Cfr. Giorgio Vasari: Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori [1568] Lionardo da Vinci, Newton Compton Editori, 1997: “E non avendo egli, si può dir, nulla, e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de’ quali si dilettò molto, e particularmente di tutti gl’altri animali, i quali con grandissimo amore e pacienza governava.”

[5] Cfr. Vasari: Le vite de’ più eccellenti pittori: “E mostrollo ché spesso passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n’era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà.”

[6] cfr. Émile Zola: Il ventre di Parigi [3° dei Rougon-Macquart, 1873], Milano: BUR, 1994, p. 385: “Una volta in camera, andò dritto verso la gabbia del fringuello, prese l’uccello in mano, gli diede un bacio tra le ali e lo lasciò libero.”

[7] Vasari: Vite de’ più eccellenti pittori: “Acconciossi dunque, come è detto, per via di ser Piero, nella sua fanciullezza a l’arte con Andrea del Verrocchio, il quale, faccendo una tavola dove San Giovanni battezzava Cristo, Lionardo lavorò un Angelo, che teneva alcune vesti; e benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera che molto meglio de le figure d’Andrea stava l’Angelo di Lionardo. Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui.

[8] Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori

[9] Bernardo Bellincioni, Sonetto XLV. Sopra il ritratto di madonna Cecilia, qual fece Leonardo

[10] Vasari, Vite de’ più eccellenti pittori

[11] Ibid

[12] Ibid

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