L’esilio di Ovidio a Tomi sul Mar Nero e l’immortalità dell’anima nel monoteismo dei Geto-Daci
Nasone, abitante non nuovo del suolo di Tomi,
ti manda questo libro dal getico lido.
Dunque quanto fu cara Delo all’errante Latona,
che lì soltanto trovò un rifugio, tanto a me
è gradita Tomi, che rimane per me,
esiliato, tuttora fedele e ospitale.[1]
Ovidio fu uno degli autori più importanti dell’età augustea ed è stato celebrato nei secoli fino ad oggi come uno dei maggiori poeti della letteratura latina. Lo stesso Dante lo teneva in tale considerazione tanto da accostarlo ai pilastri della poesia epica, Omero e Virgilio:
Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.[2]
Per quanto apprezzato già dai contemporanei i suoi rapporti con la Roma imperiale furono difficili a tal punto da sfociare nell’esilio comminatogli dall’imperatore Augusto nel 8 d.C. Compose le sue opere più famose, le Metamorfosi e l’Ars Amatoria, mentre era a Roma. Meno note, ma non per questo meno significative poiché dai contenuti fortemente personali, furono due opere composte durante il suo esilio a Tomi: La Tristia, una raccolta di una cinquantina di componimenti in distici elegiaci, e le Epistulae ex Ponto di cui le ultime furono pubblicate postume.
La relegatio sul Mar Nero lasciò tracce profonde nello spirito del poeta romano avvicinandolo alle usanze di un popolo, i Geto-Daci, che prima gli era completamente estraneo. La loro religiosità lo portò ad approfondire il concetto di immortalità dell’anima sul quale cercheremo di tracciare una linea che va dal pensiero di Pitagora, che Ovidio approfondisce nell’ultimo libro delle Metamorfosi, a quello di Platone contenuto nel Fedone. Vedremo anche come i dieci anni che Ovidio passò sul Mar Nero non furono poi così foschi e tristi come si potrebbe pensare da uno primo sguardo superficiale, complici anche i suoi stessi scritti con i quali l’autore perseguiva il chiaro obiettivo di farlo tornare a Roma.