La Sicilia letteraria 1 – I primi romanzi di Gesualdo Bufalino

Introduzione

La parola ha preceduto la luce e non viceversa: Fiat Lux e la luce fu.[1]

Se cerchiamo di immaginare una mappa letteraria dell’Italia il primo posto spetta senza dubbio alla Sicilia che ha dato i natali ad un numero impressionante di grandissimi scrittori. Non ho mai messo piede sull’isola più grande dell’Italia. L’unica Sicilia che conosco è quella letteraria. Nella testa mi risuonano frammenti di poesie, l’ombra dietro i vetri che ci spia, i pugni di peste, il carrubo dentro la mente e il baule di parole sbagliate.[2] Sento la voce del venditore di panelle e il loro sapore in bocca. Ho davanti agli occhi la strada tra Comiso e Vittoria sotto la grandine tra i fichi d’india sulla quale fece l’incidente fatale Gesualdo Bufalino. Poco fa ho finalmente visto in mostra a Milano il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina del museo Mandralisca di Cefalù al quale Vincenzo Consolo ha eretto un monumento in letteratura con il suo romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976).

Foto Sciascia e Bufalino
Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino mentre raccolgono l’uva siciliana

Riguardo ai problemi della Sicilia un giorno Bufalino disse che la mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari, confidando nella forza dell’istruzione e proponendo altrove come rimedio contro il male della sua terra i libri.[3] Il comisano che non aveva mai preso la patente a causa del terrore di andare in macchina per ironia della sorte morì proprio in seguito alle complicanze di un incidente stradale. Era una persona molto calma, umile e pacata. Una volta però si arrabbiò per davvero: era in viaggio verso Racalmuto con un suo amico, il pittore Piero Guccione e durante il tragitto la macchina ebbe un guasto. I due stavano aspettando in officina affinché il meccanico terminasse il lavoro e quando Bufalino gli fece capire che avevano fretta perché li stava aspettando Leonardo Sciascia in persona rimase esterrefatto quando scoprì che il meccanico non avesse idea di chi fosse.  “Come? …. Non lo conosce?!”[4]

Bufalino, scrittore barocco e traduttore meticoloso

Questo primo articolo sulla Sicilia letteraria sarà dedicato a Gesualdo Bufalino (1920 – 1996), per la sua umiltà, il suo stile barocco e il fatto che in mezzo a così tanti grandi scrittori rischia quasi di non avere abbastanza spazio. Non è mai tra i primi scrittori siciliani citati, ma merita assolutamente un posto d’onore. Del resto pare che sull’isola sia molto letto ancora oggi. Non si parlerà soltanto dell’autore Bufalino ma anche del traduttore. Fu infatti un traduttore molto apprezzato dal francese ed un lettore accanito e instancabile. La sua vastissima biblioteca oggi fa parte della Fondazione Gesualdo Bufalino che si trova nella sua città natale Comiso in provincia di Ragusa dove ha passato quasi tutta la sua vita.

Sciascia, Elvira Sellerio, Bufalino, Fondazione Gesualdo Bufalino
Leonardo Sciascia, Elvira Sellerio e Gesualdo Bufalino (Foto della Fondazione Bufalino)

Bufalino fu scoperto da Elvira Sellerio grazie all’introduzione ad una raccolta di fotografie dei due fotografi siciliani Gioacchino Iacono Caruso e Francesco Meli dal titolo Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale che era uscita dalla stessa Sellerio nel 1978. Oggi la raccolta di fotografie purtroppo è introvabile, ma l’introduzione è contenuta anche in La luce e il lutto del 1988. Elvira Sellerio non si diede pace finché Gesualdo non tirò fuori dal cassetto il suo primo romanzo Diceria dell’untore che poi avrebbe vinto il Premio Campiello nel 1981. Il famoso incipit del romanzo fa comprendere immediatamente quanto è poetico e stilisticamente raffinato il linguaggio di Bufalino: “O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto.”[5]

Il romanzo d’esordio Diceria dell’untore

La Diceria dell’untore (1981) trae ispirazione dallo Zauberberg (1924) di Thomas Mann e talvolta viene considerata una riscrittura del romanzo tedesco. Come anche in Le Menzogne della notte (1988) colpisce l’ipertestualità del primo romanzo di Bufalino. Le riscritture poi raggiungono l’apice nella raccolta di racconti L’uomo invaso (1986). L’autore non possedeva soltanto una vastissima cultura umanistica, nelle sue opere utilizzava anche riferimenti intermediali (nel suo ultimo romanzo Tommaso e il fotografo cieco del 1996) e giocava con la metafinzione (p.es. in Qui Pro Quo del 1991). Focalizzando l’attenzione sui riferimenti letterari nei primi romanzi possiamo distinguere tre tipi di spazi bianchi: l’ipertestualità descritta da Gérard Genette in Palinsesti (Palimpsestes, 1982), il raccontare con citazioni e la trasposizione di temi e motivi letterari che viene anche chiamato riscrittura.

Bufalino e i suoi libri
Gesualdo Bufalino in compagnia dei suoi libri (Foto della Fondazione Bufalino)

La Diceria dell’untore costituisce quasi una prosa lirica. L’autore scrisse il testo sette volte e lo modificò ripetutamente nei 30 anni della sua genesi tra il 1950 e l’anno della sua pubblicazione. “Rileggere ciò che s’è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso.”[6] Mentre l’ipotesto della Diceria dell’untore è senza dubbio il Zauberberg quello di Le Menzogne della notte potrebbe essere il Decamerone di Boccaccio o un’altra raccolta di novelle. L’ultima opera viene anche citata nel romanzo per il quale l’autore vinse il premio Strega e che può essere considerato una sorta di Decamerone notturno.

Sia il Zauberberg che la Diceria dell’untore si svolgono in una struttura ospedaliera dove si cura la tubercolosi. Il sanatorio di Mann si trova in montagna, a Davos, quello di Bufalino (La Rocca) vicino a Palermo. I riferimenti sono autobiografici, la moglie di Mann fu ricoverata per tubercolosi proprio a Davos e anche Bufalino ne soffrì in gioventù. Fu ospedalizzato a Scandiano nel 1944 dove si era recato per insegnare. Il primario della clinica, un certo dottor Biancheri a causa della guerra aveva trasferito la sua vasta e ricchissima biblioteca negli scantinati dell’ospedale e dopo aver scoperto le passioni del giovane siciliano gli consegnò le chiavi. In quel modo Bufalino ebbe la sua prima occasione di leggere alcuni classici della letteratura mondiale in lingua originale.

Sia il sanatorio di Davos che la Rocca costituiscono ambienti ermeticamente chiusi e a causa del rischio di contagio chi vi soggiorna non ha contatti con il mondo dei sani. L’io narrante del romanzo di Bufalino e Hans Castorp, il protagonista dello Zauberberg, possono lasciare l’ospedale guariti mentre perdono quasi tutti gli amici ricoverati insieme a loro. Anche le storie d’amore tra i protagonisti dei due romanzi hanno importanti parallelismi. Il romanzo di Mann però è sostanzialmente positivo e vede la malattia quasi come una sorta di elevazione dello spirito mentre la Diceria è negativa, cupa e dominata anche da un certo nihilismo esistenziale.

L’intertestualità nelle opere di Bufalino

Anche se la Diceria è uno dei romanzi più convenzionali di Bufalino egli gioca comunque con il genere del romanzo tramite i numerosi riferimenti intertestuali che mancano del tutto nell’ipotesto di Mann. Nel senso stretto non si tratta di una mera riscrittura e il fatto di ispirarsi ad un tema già trattato in letteratura non limita assolutamente l’originalità dell’opera. Bufalino stesso dice: “Com’è difficile pensare qualcosa che non sia stato pensato prima”[7] Il romanzo di Mann è un classico romanzo di formazione moderno, mentre la Diceria è decisamente postmoderna. Il lettore che coglie i riferimenti ipertestuali può disporre di un significato più ampio, ma è possibile comprendere il testo anche senza aver letto il rispettivo ipotesto.

Quest’ultima costituisce una delle principali differenze tra l’ipertestualità e il raccontare con citazioni. Nel secondo caso i riferimenti devono essere colti e in mancanza di ciò viene minata l’intera comprensione del testo. Bufalino parte in effetti dal presupposto che le sue opere vengano lette da lettori ideali con un ampio bagaglio letterario.[8] Già il titolo della Diceria dell’untore costituisce un gioco intertestuale stabilendo una relazione tra la peste altamente infettiva e la tubercolosi. Come scrive lo stesso autore, le sue opere sono una sorta di collage letterarie: “Mi attira il gioco del collage, l’intarsio di passi antichi dentro contesti moderni, un puledro delle Georgiche messo a scalpitare in una campagna normanna, un’isba freddolosa di nevi campita contro un cielo d’Estremadura. Sogno un libro dove storia e tempo si alleino a confondere in guazzabuglio le due tre evidenze in cui credo.”[9]

Consolo, Sciascia, Bufalino
Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino prima della rottura tra Consolo e Bufalino

Uno dei testi citati più volte nella Diceria è la Divina Commedia, ma tra molti altri si trovano anche riferimenti a Proust (Il medico Gran Magro viene descritto come un secondo Cottard[10]) e a Shahrazād, la voce narrante della celebre raccolta di novelle orientali Le mille e una notte (l’io narrante chiama la sua fidanzata Marta “Sciarazada di una sola misera notte”)[11].In Le Menzogne della notte Frate Cirillo salva un libro di lussurie dalle fiamme, appunto il Decamerone e propone di scordarsi della morte novellando: “Dacci dunque un argomento, tu che parli così saputo. Anche se non abbiamo da spendere né cento giorni né mille e una notte, ma un’unica miserabile e scarsa vigilia.”[12] Sono evidenti i riferimenti alle Mille e una notte e alle cento novelle di Boccaccio.

Grazie alla trasposizione di temi e motivi letterari nella sua raccolta di racconti brevi L’uomo invaso del 1986 Bufalino può essere considerato un Borges italiano. L’argentino Jorge Luis Borges (1899 – 1986) è universalmente riconosciuto come uno dei padri dell’intertestualità che grazie ai suoi racconti nelle Ficciones (1944) e nell’Aleph (1949) è riuscita ad affermarsi come una caratteristica fondamentale della letteratura postmoderna. Il racconto L’uomo invaso che dà il titolo alla raccolta è ispirato alla Verwandlung (1915) di Franz Kafka, L’ingegnere di Babele ha molte affinità con il Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe e può essere letto anche come una poetica dell’intertestualità.

Bufalino a Comiso
Gesualdo Bufalino a Comiso (RG) Foto della Fondazione Bufalino

Il protagonista di L’ingegnere di Babele non ha solo il soprannome Robinson, era stato licenziato dal suo posto di bibliotecario perché ritagliava i libri per permettere nuove composizioni. Analogamente all’autore come libro per l’isola sceglie il vocabolario.[13] L’ultima cavalcata di Don Chisciotte costituisce una delle numerose parodie dell’eroe di Miguel de Cervantes in cui vengono scambiati i ruoli di Sancho Panza e Don Quijote. Sul Don Quijote del resto lavorarono anche Borges nel suo racconto Pierre Menard, autor del Quijote e Miguel de Unamuno nella sua Vida de Don Quijote y Sancho Panza. Tra altro è molto buffo il confronto tra Pierre Menard e Unamuno perché il primo è uno scrittore fittizio nato dalla penna di Jorge Luis Borges.

Le traduzioni di Bufalino

Prima di pubblicare romanzi, Bufalino aveva già pubblicato diverse traduzioni e continuò anche dopo i suoi successi letterari. Il suo interesse per la traduzione era nato in adolescenza quando tentò di fare una traduzione a ritroso di Les Fleurs du mal (1857) di Charles Baudelaire. L’adolescenza di Bufalino è da collocare negli anni ’30 e all’ora non era possibile reperire gli originali dei classici in lingua. Anche la Recherche di Proust aveva potuto leggerla per la prima volta in francese soltanto nel 1944 a Scandiano. In età più matura oltre ai Fiori del male tradusse Madame de La Fayette, Victor Hugo, Arthur Rimbaud, Jean Giraudoux e altre opere minori per le case editrici Sellerio, Bompiani e Mondadori. Sono state particolarmente apprezzate le sue traduzioni di poesie grazie allo stile e al linguaggio raffinato.

Nella raccolta di aforismi Il Malpensante sono contenute anche molte riflessioni sulla traduzione: “Il traduttore è l’unico autentico lettore di un testo. Non dico i critici, che non hanno voglia né tempo di cimentarsi in un corpo a corpo altrettanto carnale, ma nemmeno l’autore ne sa, su ciò che ha scritto, più di quanto un traduttore innamorato indovini.”[14] Il lavoro del traduttore letterario è particolarmente meticoloso. Deve essere audace, ma non troppo e sempre molto preciso per non alterare il significato e lo stile dell’originale. Facendo ciò per prima cosa deve leggere il testo e coglierlo in ogni sua profondità. Se riesce ad identificarsi con il testo questo certamente aiuta. Secondo Milan Kundera tanti traduttori obbediscono solo agli insegnamenti ricevuti a scuola sulla presunta bellezza della lingua. Hanno il terrore delle ripetizioni che considerano un oltraggio all’eleganza stilistica ma non comprendono che la ricchezza del linguaggio non è un valore in sé. Se l’autore ripete una parola lo fa perché è importante.[15]

Fondazione Bufalino Comiso
La Fondazione Gesualdo Bufalino al Mercato Casmeneo di Comiso (RG)

Bufalino oltre ad essere molto colto aveva anche un senso spiccato dell’umore che si coglie soprattutto nei suoi acutissimi aforismi. Fa per esempio un commento ironico della celebre frase di Umberto Eco sulla traduzione: “Una traduzione non è una fonte: è una protesi, come la dentiera o gli occhiali, un mezzo per raggiungere in modo limitato qualche cosa che si trova al di fuori della mia portata.”[16] (Bufalino): “Se la traduzione è una pròtesi, deve averne la modestia.”[17] Sono due perle di saggezza che ogni lettore appassionato ha potuto sperimentare. L’esperienza letteraria e il piacere estetico sono profondamente legati alla lingua in cui leggiamo un’opera. Ci sono delle traduzioni molto valide che riescono a trasmettere quasi le stesse sensazioni in un’altra lingua, ma un certo senso di artificialità rimane sempre. Del resto probabilmente a tutti è capitato di dare un giudizio completamente diverso riguardo a un’opera letteraria che è stata letta in diverse lingue.


[1] Gesualdo Bufalino: Il Malpensante. Lunario dell’anno che fu. In: Gesualdo Bufalino Opere 1981-1988. A cura di Maria Corti e Francesca Caputo. Bompiani Milano 2001, p. 1060

[2] Sono di una bellissima raccolta di poesie, L’amaro miele di Gesualdo Bufalino (Gesualdo Bufalino: L’amaro miele. Nuova edizione accresciuta Torino: Einaudi, 1988.)

[3] Cfr. […] Occorrono cure diverse, e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri. (Gesualdo Bufalino: La luce e il lutto. In: Gesualdo Bufalino Opere 1981-1988. A cura di Maria Corti e Francesca Caputo. Bompiani Milano 2001, p. 1176.

[4] L’episodio del meccanico viene raccontato in „Don Gesualdo. Con i contributi di Manlio Sgalambro e Antonio di Grado. Milano: Bompiani, 2010, p. 29f dallo stesso Piero Guccione, scomparso a Modica nell’autunno del 2018.

[5] Gesualdo Bufalino: Diceria dell’untore. In: Gesualdo Bufalino Opere 1981-1988. A cura di Maria Corti e Francesca Caputo. Bompiani Milano 2001, p.9

[6] Bufalino, Malpensante, 1066

[7] Ibid, 1064

[8] „Si può anche verso i libri, signor dottore, soffrire di anoressia?“ (Ibid, 1032) Bufalino ha scritto anche delle Istruzioni per l’uso (di Diceria dell’untore) nelle quali spiega tanti riferimenti intertestuali.

[9] Bufalino, Ibid 1113

[10] Bufalino, Diceria, 40

[11] Bufalino, Diceria, 111. Nel Malpensante scrive: „Mi sarebbe piaciuto essere il marito di Shéhérazade.“ (Bufalino, Malpensante, 1127)

[12] Bufalino, Le menzogne della notte, 589

[13] “Il libro per l’isola? Un vocabolario.” Bufalino, Malpensante, 1104

[14] Bufalino, Malpensante, 1065 „Fra traduttore ed autore il rapporto che s’intreccia (insidie, invidie, ripicche, lusinghe) adombra una sfida carnale“ (Ibid)

[15] Cfr. Milan Kundera: I testamenti traditi. Milano: Adelphi, 1993, p. 107-109f

[16] Umberto Eco: Come si fa una tesi di laurea, Milano: Bompiani, 1977, p. 62

[17] Bufalino, Malpensante, 1112

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