Milan Kundera, “La vita è altrove”

Recensione, analisi critica e commento del testo nel quadro politico dell’epoca.

Pensate che il passato, solo perché è già stato, sia compiuto e immutabile? Ah, no, il suo abito è fatto di taffetà cangiante, e ogni voltache ci voltiamo a guardarlo lo vediamo con colori diversi.1

Introduzione

Milan Kundera è nato nel 1929 a Brno, a sud dell’allora Cecoslovacchia. Nel 1975 emigrò in Francia per motivi politici. I romanzi più famosi sono stati tutti scritti in ceco mentre quelli più recenti in francese. Il romanzo che l’ha reso senz’altro celebre in tutto il mondo è L’insostenibile leggerezza dell’essere (Nesnesitelná lehkost bytí). L’opera fu scritta nel 1982 in ceco ma per lunghi anni fu possibile leggerla soltanto in traduzione perché Kundera non acconsentì alla pubblicazione in Repubblica Ceca fino al 2006. Questa decisione potrebbe essere stata influenzata dal fatto che la Cecoslovacchia non si limitò a proibire i suoi libri, come avvenne in URSS per le opere di Bachtin, ma nel 1979 gli tolse addirittura la cittadinanza rendendolo apolide finché non gli fu concessa quella francese nel 1981.

Tra gli altri romanzi in ceco figurano in ordine cronologico Lo scherzo (Žert) del 1967, La vita è altrove (Život je jinde) del 1969, Il valzer degli addii (Valčík na rozloučenou) del 1972 e Il libro del riso e dell’oblio (Kniha smíchu a zapomnění) del 1978. Nel 1968 Kundera scrisse la raccolta di racconti Amori ridicoli (Směšné lásky) che aveva definito più volte un romanzo.

In Italia le opere di Kundera sono state pubblicate da Adelphi e tradotte da Serena Vitale (Amori ridicoli, Il valzer degli addii, La vita è altrove, Il libro del riso e dell’oblio) e Giuseppe Dierna (Lo scherzo, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Amori ridicoli), quest’ultimo curatore per l’Einaudi anche del celebre Soldato Švejk di Jaroslav Hašek. Le prime traduzioni di Dierna recano il nome fittizio Antonio Barbato perché come scrive Dierna stesso in un articolo su Repubblica del 2002, negli anni Settanta non avrebbe mai potuto ottenere il visto per la Cecoslovacchia, se i servizi di sicurezza avessero saputo che era il traduttore di un autore non gradito alle autorità. Già dall’inizio degli anni ’70 in Cecoslovacchia i libri di Kundera erano stati tolti da tutte le biblioteche nazionali e gli veniva impedito di pubblicare.2 Un’altra curiosità sui traduttori è che sia Giuseppe Dierna che Serena Vitale erano entrambi allievi del noto slavista Angelo Maria Ripellino.

La vita è altrove (Život je jinde) (1969)

La vita è altrove è stato pubblicato in ceco nel 1969 e in francese nel 1973 da Éditions Gallimard. Nello stesso anno apparve in italiano edito da Adelphi. Si tratta del primo libro di Kundera che ho letto perché mi aveva colpita la storia dello scrittore e storico ceco Záviš Kalandra (1902 – 1950) che l’autore cita anche in Il Libro del riso e dell’oblio. Kalandra fu arrestato nel 1949 insieme alla giurista dissidente Milada Horáková (1901 – 1950), sottoposto al processo sensazionale che portava il nome di quest’ultima e impiccato il 27 giugno 1950 nella prigione Pancrák di Praga. Molti contemporanei di spicco tra i quali Albert Einstein e gli amici parigini di Kalandra André Breton e Albert Camus chiesero la grazie alla giustizia cecoslovacca, ma non ottennero nulla.

Il poeta surrealista Paul Éluard (1895 – 1952) si rifiutò invece di difendere il “traditore del popolo” Kalandra come racconta Kundera stesso nella prefazione: “Sentii un poeta che ammiravo, Paul Éluard, rinnegare pubblicamente e formalmente i suoi amici praghesi mandati al capestro dalla giustizia stalinista. Questo episodio (di cui scrissi nel Libro del riso e dell’oblio) mi traumatizzò: quando un boia uccide, la cosa in fin dei conti è normale; ma quando un poeta (e per di più un grande poeta) accompagna l’esecuzione col suo canto, l’intero sistema di valori che noi consideriamo sacrosanto viene d’un colpo scardinato. Le certezze scompaiono.”3 La figura del poeta Jaromil, protagonista di La vita è altrove, si inserisce proprio in quel contesto di valori traballanti dove la poesia può anche assecondare i carnefici. I surrealisti avevano posizioni politiche piuttosto estreme e discutibili, André Breton respinse anche Antonin Artaud per motivi politici.

André Breton, Paul Éluard, Tristan Tzara, Benjamin Péret (1932)

André Breton, Paul Éluard, Tristan Tzara, Benjamin Péret (1932)

La storia di Jaromil rappresenta il percorso di crescita di un giovane poeta che lo porta ad assecondare il regime e ad aderire al movimento artistico del Realismo socialista. Questa dottrina fu fondata da Stalin nel 1932 e si pose come obiettivo di modellare ed educare ideologicamente la popolazione nello spirito del socialismo. I soggetti dell’arte visiva divennero perciò la produzione industriale socialista (p.es. acciaierie, fabbriche) e l’agricoltura collettiva (trattori, contadini felici). Anche la letteratura doveva aiutare ad edificare il comunismo. I principi che ispirarono l’intera produzione artistica erano la facilità di comprensione, tipica, realistica e soprattutto l’appoggio agli obbiettivi dello Stato e del partito.

Il futuro poeta Jaromil crebbe con una madre iperprotettiva che condizionò fortemente il figlio. Prima che scoprisse la sua vena poetica, la madre desiderava che il figlio si dedicasse alla pittura e lo mandò a lezione da un celebre pittore. Questo pittore nel corso dell’opera si rivelerà un antagonista di Jaromil, dal momento che è dell’opinione che l’arte non deve perseguire uno scopo, esprimendo opinioni, tendenze o idee ma solo se stessa (L’art pour l’art). L’arte socialista invece è sempre stata strumentalizzata per scopi politici, riducendo l’artista a un mero manovale-scribacchino alla mercé di chi deteneva il potere.

Esempio di realismo socialista nella pittura: Vladimir Krikhatsky: Il primo trattore

Esempio di realismo socialista nella pittura: Vladimir Krikhatsky: Il primo trattore

Durante diverse discussioni tra artisti ai quali partecipano sia Jaromil che il pittore, viene condannata l’arte troppo impegnativa che non può essere compresa dalle masse popolari come per esempio quella surrealista. Inizialmente anche Jaromil non è molto convinto che il realismo socialista portasse effettivamente qualcosa di nuovo nell’arte, gli sembra anzi che assomigli al vecchio kitsch borghese.

Il pittore è infatti dell’opinione che nell’arte di regime non vi sia posto nemmeno per le poesie di Jaromil: “Non credo che l’epoca degli eroi positivi e dei busti di Stalin sia molto favorevole alla sua poesia […]”4 Pur rendendosi conto che alcune sue poesie che ama infinitamente non avrebbero mai potuto essere pubblicate “nell’epoca degli slogan ottimistici e delle poesie di propaganda”5 Jaromil obbedisce senza protestare, rinunciando anche alle cose che aveva più care.

In uno di questi incontri tra artisti, il pittore critica aspramente la rivoluzione proletaria e le sue conseguenze sull’arte: “Una rivoluzione che fa risuscitare dalla tomba l’arte accademica e fabbrica a migliaia di esemplari busti degli uomini di Stato non ha tradito soltanto l’arte moderna ma prima di tutto se stessa. Una rivoluzione del genere non vuole trasformare il mondo, ma al contrario, vuole conservare lo spirito più reazionario della storia, il fanatismo bigotto, la disciplina, il dogmatismo, la fede e le convenzioni.”6

Jaromil invece approva il fatto che le poesie di Baudelaire vengano messe all’indice insieme a tutta la letteratura moderna e che i quadri cubisti spariscano dalle gallerie perché “la rivoluzione è violenza e le cose vecchie devono far spazio a quelle nuove.”7 Ormai per lui il realismo socialista è l’unica arte che aiuta a lottare per un nuovo mondo e che rappresenta la rivoluzione proletaria.

Mentre studia Scienze Politiche all’università, Jaromil fa il controllore ideologico dei professori. Non stupisce il finale in cui il lettore apprende di come il pittore sia stato cacciato dalla scuola in qualità di nemico del popolo e gli sia toccata la sorte di tanti: di giorno manovale in un cantiere e di sera pittore sotto la luce artificiale perché non vuole rinunciare alle sue idee. L’unica consolazione che ha è di essere un grande pittore, mentre Jaromil verrà sempre ricordato come un poeta mediocre.8

Il titolo dell’opera è stato preso in prestito dal poeta francese Arthur Rimbaud (1854 – 1891). La frase “La vie est ailleurs” divenne celebre come slogan scritto sui muri della Sorbonne durante le contestazioni studentesche del 1968. Kundera fa notare che la propaganda nel 1948 a Praga e nel 1968 alla Sorbonne usava slogan identici. “[…] e sono sempre quelle eterne folle che attraversano la storia saltando da una barricata all’altra.”9

Qui veniamo riportati alla percezione di Franz, un personaggio di L’insostenibile leggerezza dell’essere. Franz che non ha mai vissuto in un paese comunista lavora all’università e la sua vita tra i libri gli pare irreale mentre considera la sua vita reale i cortei ai quali partecipa regolarmente senza rendersi conto che sono proprio essi ad rappresentare un teatro e un sogno. Accusata di non impegnarsi contro l’occupazione del suo paese, la sua amante, la pittrice Sabina, pensa che proprio un corteo di gente che marcia levando il braccio e gridando all’unisono le stesse sillabe sia un male ancora più fondamentale di tutte le occupazioni e invasioni.10

Ma la vita è anche altrove perché ognuno vorrebbe vivere altre vite oltre alla propria. “[…] anche voi vorreste vivere tutte le vostre possibilità irrealizzate, tutte le vostre vite possibili […] Anche il romanzo desidera essere altri romanzi, quelli che avrebbe potuto essere e non è stato.”11

Letture consigliate: Andrej Donatovič Sinjavskij: Che cos’è il realismo socialista? (1959)

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1 Milan Kundera: La vita è altrove. Milano: Adelphi, 1987, 129

2 Cfr. Giuseppe Dierna: „Il piacere e l’impegno rivivono in quel capolavoro“ 4 giugno 2002 [http://www.repubblica.it/speciale/2002/novecento/idee/33.html] cons. 4/9/2017

3 Kundera, La vita è altrove, Prefazione

4 Ibid, 130f

5 Ibid

6 Ibid,133f

7 Ibid,135f

8 Cfr Ibid, 204f

9 Ibid, 189f

10 Cfr: Milan Kundera: L’insostenibile leggerezza dell’essere. Milano: Adelphi, 1985

11 Kundera, La vita è altrove, 212

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