Letteratura e animali 1: Montaigne e Kundera

I Saggi e L’insostenibile leggerezza dell’essere


Saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homines[1]

The greatness of a nation and its moral progress can be
judged by the way its animals are treated
[2]

Introduzione

Forse Michel de Montaigne (1533 – 1592) è stato uno dei primi animalisti della storia del pensiero e nei suoi scritti colpisce soprattutto l’umanità e il reciproco rispetto che contraddistingue il suo rapporto con gli animali. Nei Saggi Montaigne riflette sugli animali soprattutto nel 12° Capitolo del secondo libro, l’Apologia di Raymond Sebond[3]. Si tratta del capitolo più lungo (circa 200 pagine) degli Essais ed è stato pubblicato anche separatamente. Oltre all’Apologia di Sebond nei Saggi c’è un secondo capitolo, l’undicesimo del secondo libro dal titolo Della crudeltà che parla della caccia e dei diritti che dovrebbero avere gli animali innocenti. Considerando l’epoca in cui scrisse i Saggi stupisce la conoscenza approfondita che Montaigne aveva degli animali. A metà del Cinquecento intuiva conoscenze e capacità che solo secoli dopo furono confermati dalla scienza. In questo primo articolo sugli animali verranno analizzate le prese di posizione di Montaigne nei loro confronti ed un capitolo di un noto romanzo di Milan Kundera (L’insostenibile leggerezza dell’essere). Oltre a riuscire nell’impresa di indurre il lettore alla tristezza e alla compassione per la malattia e la successiva morte di un cane di nome Karenin, Kundera riflette anche in altri contesti sul comportamento discutibile dell’uomo nei confronti degli animali. Pur provenendo da epoche e contesti culturali molto diversi gli atteggiamenti di Montaigne e Kundera sugli animali presentano molti parallelismi. Il secondo articolo sugli animali sarà invece dedicato alle ricerche scientifiche di Jennifer Mather dell’Università di Lethbridge sugli invertebrati e ad una pubblicazione di J.M. Coetzee dal titolo The Lives of Animals (La vita degli animali).

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