La vita e le opere di Artemisia Gentileschi

Analisi dell’opera della pittrice barocca sulle orme di Caravaggio

Introduzione

Il giovane Cesare Pavese a 20 anni scrisse nel suo diario, riferendosi ai morti nelle guerre, che da secoli il mondo dimentica tutte le stragi e tutto il dolore degli uomini al pari di una sfinge dalla maschera di pietra. C’è però un unico fiore in mezzo alle tempeste che si conserverà in eterno in quanto universale: l’Arte.[1] A distanza di un secolo potremmo aggiungere che l’arte può aiutarci a vivere meglio e a focalizzare la mente su altro in tempi difficili. Il presente articolo è un omaggio alle opere di Artemisia Gentileschi (1593 – 1652/56 circa), una grandissima artista del Barocco che dedicò tutta la sua vita all’arte ottenendo risultati eccezionali.

Artemisia Gentileschi faceva parte della scuola caravaggesca e da Caravaggio aveva ripreso soprattutto la tecnica del chiaroscuro. Figlia d’arte di Orazio, fu anche una delle prime artiste professioniste italiane, una donna che nel Seicento era riuscita a vivere di pittura e ad intrattenere relazioni con le più importanti corti d’Europa. Fu la prima donna ammessa alla prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze che prima del 1616 non aveva mai annoverato donne tra i suoi membri.

Firma di Artemisia Gentileschi
Firma di Artemisia Gentileschi

Soprattutto nell’ultimo secolo Artemisia è ridiventata popolare, ma le è sempre rimasta la fama di donna di facili costumi per non parlare di quanto sia stata strumentalizzata come femminista. Artemisia non era né l’uno né l’altro. Ridurre la sua vita allo stupro subìto da giovane e vederla come fenomeno da baraccone in quanto donna non tiene sufficientemente conto dei suoi altissimi meriti artistici. Viveva per la sua arte e e già in vita fu una professionista molto apprezzata e celebrata. I suoi mecenati non si sono lasciati dissuadere dal fatto che fosse una donna. Per loro questo dettaglio non aveva nessuna importanza a livello “commerciale” ed artistico, influiva solo sulla esecuzione delle opere in quanto Artemisia sapeva raffigurare i soggetti femminili in maniera sublime, molto meglio di molti pittori maschi. La sua storia personale e il suo enorme talento alimentarono le malelingue, forse perchè in fondo aveva più successo di tanti uomini.

Anthony van Dyck: Orazio Gentileschi, nel 1635 circa, The British Museum, London
Anthony van Dyck: Orazio Gentileschi, nel 1635 circa, The British Museum, London

Crescere a casa di un padre artista aveva sicuramente aiutato il suo talento a sbocciare e, in quanto donna, Artemisia non avrebbe potuto fare l’apprendistato fuori casa. Il padre si era subito reso conto del suo talento e l’aveva avvicinata alla pittura come avrebbe fatto con un figlio. Vivere sotto il suo tetto le aveva però anche causato molta sofferenza per la quale il rapporto con il padre era rimasto turbato fino alla morte di quest’ultimo. Per alcuni anni la figlia aveva persino rinnegato il cognome paterno facendosi chiamare Lomi, il nome di un suo zio che le aveva dato una mano ad approdare alla Corte dei Medici a Firenze.

Agostino Tassi – Susanna e i vecchioni

Artemisia Gentileschi nacque l’8 luglio del 1593 a Roma come primogenita di Orazio Gentileschi che era esattamente 30 anni maggiore di lei. La madre Prudenzia morì di parto quando Artemisia aveva 12 anni. Di lei e dei suoi 3 fratelli minori si dovette quindi occupare il padre. L’unica femmina, era anche la più dotata dei figli e il padre le impartì lezioni fin da piccolissima. La loro casa si trovava nel quartiere degli artisti e per via del lavoro di Orazio era frequentata da tanti pittori. Uno di loro era Agostino Tassi (1578 – 1644), un collega più giovane di Orazio che nonostante diversi problemi con la giustizia aveva trovato i contatti giusti essendo molto dotato come pittore e paesaggista di nature marine. Nel 1611 i due affrescarono il cosiddetto casino delle Muse (oggi Palazzo Pallavicini-Rospigliosi) che divenne un capolavoro, in quanto Gentileschi e Tassi erano due artisti che si completavano a vicenda. Tassi dipinse la cornice architettonica e gli elementi paesaggistici, Gentileschi le numerose persone e il risultato fu un incanto che nessuno dei due avrebbe potuto realizzare da solo. Il collega di Orazio era un vero maestro del trompe-l’œil e più tardi avrebbe insegnato a Claude Lorraine (1600 – 1682) il realismo paesaggistico. L’affresco nel casino delle Muse fu commissionato ai due artisti da Scipione Borghese, cardinal nipote di papa Paolo V che fece erigere Villa Borghese con la sua meravigliosa galleria d’arte.

Tassi era più giovane di Gentileschi e molto diverso come carattere, il che non impedì ai due di diventare amici. Probabilmente per questa amicizia, nonché per la stima professionale che Orazio nutriva per Tassi, quest’ultimo si recava sovente in casa Gentileschi per impartire lezioni di prospettiva alla dotatissima adolescente Artemisia: “Io son andato a casa di Horatio in assenza sua perché mi c’ha mandato lui, che voleva ch’io imparassi alla figliola di prospettiva.”[2] Evidentemente Orazio ci teneva che la figlia ricevesse una formazione artistica completa. Tassi era scarso a raffigurare le persone ma eccelleva come paesaggista.

Sappiamo molto della vita e delle opere di Artemisia Gentileschi a causa di un processo che fu avviato nel 1612 da suo padre. Sono giunti fino a noi gli atti del processo in cui Orazio fa sapere alla giustizia che sua figlia “è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più e più volte da Agostino Tasso”.[3] Probabilmente la prima volta era stata veramente violenza, dopodiché Artemisia lusingata dalle promesse di Tassi di sposarla aveva acconsentito ad altri rapporti.[4] Tassi era un ammaliatore, un noto bugiardo di bell’aspetto che con il suo carisma riusciva spesso ad ingannare le donne e Artemisia nel 1611 aveva solo 18 anni, ben 15 meno di lui.

Perché il padre avviò un processo che fu molto umiliante per la figlia? Si svolse davanti ad un tribunale inquisitorio e ad Artemisia furono inflitte visite ginecologiche pubbliche nonché atroci torture alla cosa più preziosa che esiste per un’artista, le mani. Fu usato uno strumento di tortura tremendo di nome sibilli che stringeva la base delle dita allo scopo di far dire la verità alla persona torturata. Perché un padre condanna una figlia a simili crudeltà? Ci sono più risposte plausibili a questa domanda. Prima di tutto agli inizi del ‘600 sarebbe stato molto difficile trovare un marito ad una ragazza sverginata prematuramente. L’alternativa era il convento, ma una giovane piena di talento non poteva essere rinchiusa in un monastero dove non avrebbe mai potuto né vedere le bellezze artistiche del mondo né esprimersi come artista. Scartata quest’ultima possibilità che doveva sembrare inadeguata anche al padre, Tassi anche volendo non avrebbe potuto sposare la ragazza, visto che aveva già una moglie.[5] Se agli occhi della giustizia si fosse invece trattato di violenza, si sarebbe potuto “riparare” con un matrimonio. Oltre allo sverginamento della figlia, Orazio si sentiva anche privato del talento di Artemisia, che avrebbe potuto facilmente monetizzare, per non parlare del furto di un quadro da parte di Tassi e dei suoi sodali. In aggiunta a tutto ciò, lo stupro e l’inganno perpetrato da Tassi metteva in cattiva luce anche il padre artista e tutta la sua famiglia: Orazio lavorava per i cardinali e il papa, la reputazione era quindi importante per lui.

Il processo fu uno strazio per Artemisia anche per via di numerose false testimonianze, che la facevano apparire come una donna facile che andava con chiunque, rese al solo scopo di scagionare Tassi.[6] Artemisia era una ragazza molto bella, ben in carne e robusta con forme prosperose che andavano di moda in quei tempi. Ci teneva molto alla sua virtuosità, infatti negli atti del processo testimonia: “[…] chi mi vuole bisogna che mi metta questo […] intendendo di sposarmi e mettermi l’anello”.[7] Tassi, che doveva farle da maestro di prospettiva, una volta avrebbe esclamato: “Non tanto depingere, non tanto depingere”[8] per distogliere la ragazza dal suo lavoro e approfittare di lei carnalmente. Con quel gesto non vedeva in lei la pittrice ma la riduceva ad un oggetto di cui abusare e approfittarsi con violenza. Dopodiché l’aveva sverginata e Artemisia, conscia delle conseguenze negative di questo atto soprattutto per la sua fama e la sua carriera, esclamò “Ti voglio ammazzare con questo coltello che tu m’hai vituperata.”[9] Ferì veramente Tassi, ma solo lievemente. In ogni caso si sarebbe ricordata di quel momento cruciale della sua vita per metterlo sulla tela.

Susanna e i vecchioni
Artemisia Gentileschi: Susanna e i vecchioni, 1610, Pommersfelden: Schloss Weißenstein.

Non sembra un caso che nel suo primo dipinto monumentale la Giuditta sia un suo autoritratto e la testa di Oloferne assomigli tantissimo ad Agostino. C’è un bellissimo quadro che Artemisia eseguì nel 1610 a 17 anni con l’aiuto del padre: Susanna e i vecchioni. La Susanna assomiglia a lei come quasi tutte le sue protagoniste, uno dei due vecchioni non appare invece per niente vecchio e assomiglia stranamente ad un giovane barbuto di nome Tassi. Il secondo personaggio potrebbe essere il furiere di papa Paolo V Cosimo Quorli, amico paterno di Tassi che oltre ad aver fatto fatto delle avances ad Artemisia, come se non bastasse raccontava in giro che la ragazza fosse figlia sua. Oggi la Susanna e i vecchioni di Artemisia, che appare così viva come se si potesse alzare da un momento all’altro, è conservata a Pommersfelden nel castello barocco di Weißenstein in Baviera. E’ molto caratteristica la posizione delle braccia di Susanna che cercano di respingere i vecchioni odiosi. Quelle braccia Artemisia le aveva viste nella Cappella Sistina nel Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre di Michelangelo. Sono infatti le stesse del primo uomo a destra del serpente. Orazio la portava a vedere le opere di artisti contemporanei come Caravaggio ma anche gli affreschi della Cappella Sistina che all’epoca avevano solo 100 anni. Per la formazione di ogni artista l’osservazione è fondamentale, Oskar Kokoschka secoli dopo proprio a questo scopo avrebbe fondata una Sehschule, una Scuola del Vedere. Il processo aveva danneggiato soprattutto Artemisia, Tassi uscì con una condanna molto lieve e in seguito avrebbe riallacciato anche l’amicizia con Orazio.

Firenze – Giuditta che decapita Oloferne

Michelangelo Buonarroti, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, 1510 Roma, Musei Vaticani
Michelangelo Buonarroti, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, 1510 Roma, Musei Vaticani

Non c’è da meravigliarsi che l’esperienza traumatica dello stupro e l’inganno di Tassi, nonché del processo voluto dal padre, avevano fatto allontanare Artemisia da Orazio. Il padre cercò di salvare l’onore della figlia combinandole un matrimonio riparatore. Il marito fu Pierantonio Stiattesi, un donnaiolo e artista fiorentino che aveva accettato di maritarsi con Artemisia per un solo motivo, la dote. Aveva scelto lei e Roma perché a causa di tutti i figli illegittimi avrebbe difficilmente potuto sposarsi a Firenze dove godeva di pessima fama. Orazio temeva che il marito impedisse alla figlia di lavorare, almeno da quel punto di vista poteva stare tranquillo. Stiattesi era un pittore mediocre ma ben contento di essere sposato con una donna che lavorando portava a casa dei bei soldi che lui poteva sperperare. Inutile dire che il matrimonio aveva serbato alla giovane artista solo qualche raro momento di felicità. Stiattesi tradì la moglie fin da subito con molte altre donne. Artemisia aveva perso 3 figli in giovanissima età, ma dal marito le era nata una figlia, Palmira Prudenzia, di cui non sappiamo quasi nulla se non che nacque nel 1617 e che circa 20 anni dopo si sposò a Napoli. Presumibilmente una decina di anni dopo ad Artemisia nacque un’altra figlia per la quale aveva dovuto organizzare un matrimonio decenni dopo ma di quest’ultima sappiamo ancora meno, né il nome né l’anno di nascita. Verosimilmente la seconda figlia era nata intorno al 1626/27 quando Artemisia si era già allontanata dal marito da un pezzo.

Caravaggio: Giuditta e Oloferna, 1600/1602, Roma: Galleria nazionale d'arte antica Palazzo Barberini
Caravaggio: Giuditta e Oloferne, 1599, Roma: Galleria nazionale d’arte antica Palazzo Barberini

La prima Giuditta che decapita Oloferne era stata iniziata da Artemisia ancora durante il processo tra il 1612/13. Parliamo del dipinto che oggi si trova al museo di Capodimonte a Napoli dove la Giuditta è vestita di blu. Artemisia conosceva Giuditta e Oloferne di Caravaggio del 1599 ma non le era piaciuto l’atteggiamento quasi passivo della donna esile che uccide Oloferne. Sembra che tutta l’espressività sia stata data ad Oloferne e la ruga sulla fronte di Giuditta indica che ha qualche scrupolo a decapitarlo, quasi non fosse del tutto convinta del suo gesto. La Giuditta è un soggetto biblico ripreso da tantissimi artisti moderni, ricordiamo per esempio le due versioni di Gustav Klimt dove Oloferne si vede appena.

Artemisia Gentileschi: Giuditta che decapita Oloferne, 1612/13, Napoli: Capodimonte.
Artemisia Gentileschi: Giuditta che decapita Oloferne, 1612/13, Napoli: Capodimonte.

La Giuditta di Artemisia è una donna decisa, forte con braccia da lavoratrice che afferra Oloferne in maniera spietata e lo decapita senza esitazione. Parliamo di un’opera giovanile, eseguita nel 1612 quando Artemisia non aveva ancora 20 anni. La luce a candela illumina bene la Giuditta e le sue prosperose forme. Il materasso sembra quasi imbevuto di sangue vero. La serva è molto più giovane che quella ritratta da Caravaggio e a Giuditta sembra quasi illuminarsi il viso con un sorriso mentre taglia il collo al tiranno.

Artemisia Gentileschi: Giuditta che decapita Oloferne, 1620, Firenze: Uffizi
Artemisia Gentileschi: Giuditta che decapita Oloferne, 1620, Firenze: Uffizi

Esiste una seconda Giuditta che decapita Oloferne che Artemisia dipinse per Cosimo II de’ Medici nel 1620 quasi 8 anni dopo la prima versione. Nel dipinto fiorentino che è conservato negli Uffizi Giuditta è vestita molto più riccamente di un prezioso abito giallo e viene ornata anche da gioielli sontuosi. Artemisia tra i due quadri aveva conosciuto l’eleganza di corte e migliorato la propria posizione economica. Oloferne assomiglia un po’ meno a Tassi e i materassi sono di ottima fattura, come se fossero tridimensionali. Scorre sempre molto sangue e l’elaborazione dell’insieme è ancora più fine della versione napoletana che costituisce già un capolavoro.

Artemisia Gentileschi: Giuditta e la fantesca, 1625, Detroit: Institute of Arts
Artemisia Gentileschi: Giuditta e la fantesca, 1625, Detroit: Institute of Arts

Successivamente Artemisia avrebbe dipinto molte varianti dello stesso soggetto. Esiste Giuditta e la fantesca in due versioni, la prima del 1613/14 conservata a Palazzo Pitti e la seconda più famosa e perfetta del 1625 che mostra uno strepitoso effetto chiaroscuro con una elegantissima Giuditta ancora con la spada in mano che, distratta da un rumore, volge lo sguardo nella sua direzione mentre le cade l’ombra sul viso. La mano riflette la luce di una candela rappresentata con precisione fotografica. Anche la fantesca ha sentito il rumore e alza la testa in quella stessa direzione, sempre illuminata dalla candela. Il dipinto è meritatamente considerato uno dei capolavori del barocco caravaggesco e oggi è conservato a Detroit all’Institute of Arts. La stessa Artemisia negli anni a venire non sarebbe più riuscita a superare se stessa tranne con il suo Autoritratto in veste di pittura del 1638/39 circa.

Michelangelo Buonarroti il Giovane, Cosimo II de’ Medici e Galileo Galilei

Uno dei primi committenti di Artemisia a Firenze fu Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568 – 1646) pronipote di Michelangelo nonché poeta all’Accademia fiorentina. Aveva dedicato la sua vita alla glorificazione del famoso zio facendo erigere quello che ancora oggi è Casa Buonarroti, un museo di Firenze. Michelangelo il Giovane fece decorare la casa e commissionò il panello della soffitta Allegoria dell’Inclinazione ad Artemisia che la eseguì nel 1615. Nel 1648 il nipote del pronipote di Michelangelo, un certo Lionardo Buonarroti avrebbe fatto coprire dal Volterrano (Baldassarre Franceschini) la nudità “scandalosa” dell’Inclinazione di Artemisia. Oggi perciò possiamo solo più ammirare la versione censurata di uno dei primi autoritratti di Artemisia.

Artemisia Gentileschi: Allegria dell'inclinazione, 1615, Firenze: Casa Buonarroti.
Artemisia Gentileschi: Allegria dell’inclinazione, 1615, Firenze: Casa Buonarroti.

Quella commissione rese famosa Artemisia a Firenze e l’artista riuscì ad ottenere diverse commissioni da Cosimo II de’ Medici (1590 – 1621). Quest’ultimo era molto illuminato e nutriva profonde passioni sia per l’arte e la letteratura che per le scienze. Cosimo stesso e anche sua madre Cristina di Lorena proteggevano Artemisia e apprezzavano il suo talento commissionandole diverse opere per Palazzo Pitti. L’artista perciò frequentava la corte di Cosimo II e vi conobbe anche personaggi di spicco come Galileo Galilei (1564 – 1642) con il quale intrattenne una fitta corrispondenza epistolare per molti anni. Se pensiamo che Artemisia al processo era illetterata[10] è sorprendente che dopo pochi anni non solo trattasse con i suoi committenti ma intrattenesse anche corrispondenze epistolari con personaggi di spicco come Galileo Galilei che la stimava molto. Quest’ ultimo era una specie di amico paterno per Artemisia e, come si evince dalla loro corrispondenza, grazie alla sua influenza a corte (era il precettore di Cosimo II) l’aiutava anche a recuperare soldi non pagati da parte dei nobili che servivano all’artista per campare.

I frutti del suo lavoro artistico a Firenze culminarono con l’ammissione di Artemisia alla prestigiosa Accademia del Disegno nel 1616. L’Accademia era stata fondata da Giorgio Vasari nel 1563 e fino al 1616 non aveva mai annoverato donne tra i suoi membri.  Alla sua amissione aveva contribuito sicuramente la stima che Cosimo II de’ Medici nutriva per l’artista, nonché il supporto da parte di Michelangelo Buonarroti il Giovane che era molto legato ad Artemisia e le aveva procurato numerose commissioni a Firenze. Grazie a quel riconoscimento ufficiale del suo lavoro, l’artista aveva guadagnato una professione, poteva far carriera e non dipendeva più dai ghiribizzi di un marito che avrebbe lasciato poco dopo per l’assenza di amore tipica dei matrimoni combinati. L’amissione all’Accademia non era solo un prestigio, le aveva donato anche la libertà artistica.

La celebritá e l’Autoritratto in veste di Pittura

Pierre Dumonstier II nel 1625 dipinse la mano destra di Artemisia. Il disegno oggi si trova nel British Museum dove è conservato anche un altro disegno che raffigura un’artista italiana, quello che Anthony van Dyck eseguì di Sofonisba Anguissola nel 1624 mentre prendeva lezioni da lei. Il disegno di Dumonstier recita: “Faict a Rome par Pierre Du Monstier Parisien, Ce dernier de Decemb.re 1625./ aprez la digne main de l’excellente et sçavante Artemise gentil done Romanine’.”[11] L’iscrizione costituisce una prova che Artemisia Gentileschi già nel 1625 era un’artista celebre e molto rispettata nel suo ambiente. Rispetto ai colleghi uomini aveva il vantaggio di poter raffigurare se stessa come modella. Per i pittori la mancanza di modelle costituiva un ostacolo serio in quanto le stesse Accademie in quei tempi non consentivano modelle femminili per ragioni di moralità. Ad esempio quasi tutte le donne dipinte da Caravaggio erano prostitute: la Maria della sua famosissima Morte della Vergine (1606) fu una prostituta annegata, lo si evince dai piedi e dal corpo gonfiato dall’acqua, il che all’epoca fece parecchio scalpore.

Artemisia era un’artista molto brava nella raffigurazione di soggetti femminili. Ha dipinto quasi esclusivamente donne che molte volte le somigliavano. Forse come Frida Kahlo preferiva ritrarre se stessa in quanto era la persona che conosceva meglio? Ha inoltre dipinto soprattutto eroine femminili, Cleopatra, Lucrezia, Giuditta, ecc. Presumibilmente i suoi mecenati si rendevano conto dell’abilità di Artemisia a portare sulla tela le eroine e perciò gliene commissionarono tante. Uno dei suoi quadri più espressivi e perfetti è uno splendido Autoritratto in veste di pittura eseguito secondo le istruzioni dell’Iconologia di Cesare Ripa (1555 – 1622). Quest’ultimo nel 1593 – l’anno di nascita di Artemisia – aveva pubblicato una Iconologia overo Descrittione Dell’imagini Universali cavate dall’Antichità et da altri luoghi in cui spiegava dettagliatamente come andavano raffigurati concetti astratti come la Pace, la Libertà, la Fama ecc. L’opera era espressamente dedicata a poeti, pittori e scultori affinché potessero rappresentare in maniera corretta le diverse allegorie.

Artemisia Gentileschi: Autoritratto come allegoria della pittura, 1638 circa, London: Kensington Palace.
Artemisia Gentileschi: Autoritratto come allegoria della pittura, 1638 circa, London: Kensington Palace.

Quella della pittura era una donna che portava una catena d’oro al collo dalla quale pendeva una maschera, teneva un pennello in mano e doveva vestire una veste bicolore sontuosa. Orazio possedeva una copia dell’Iconologia e probabilmente aveva regalato alla figlia il ciondolo con la maschera. Artemisia realizzò il suo splendido Autoritratto che oggi si trova a Londra nel Kensington Palace intorno al 1638/39. E’ probabile che l’artista non avesse i capelli così scuri (nell’Allegoria della Inclinazione e nelle sue Giuditte nonché nella Susanna apparivano molto più chiari) ma nell’Iconologia di Ripa veniva prescritto che la donna dovesse avere dei capelli neri. L’Autoritratto in veste di Pittura le fu commissionato da Cassiano del Pozzo (1589 – 1657), un ricco mecenate membro sia dell’Accademia della Crusca che dell’Accademia dei Lincei. Era il nipote di papa Urbano VIII e oltre ad essere il mecenate di Artemisia lo fu anche di Nicolas Poussin (1594 – 1665).

L’Inghilterra e la morte di Orazio

Orazio Gentileschi: Annunciazione, 1623 circa, Torino: Galleria Sabauda
Orazio Gentileschi: Annunciazione, 1623 circa, Torino: Galleria Sabauda

La seconda metà della vita per Artemisia fu più difficile della prima: vagava da una città all’altra (Roma, Venezia, Genova, Napoli) in cerca di commissioni senza più riuscire ad ottenere gli successi giovanili. Dopo un quarto di secolo era però riuscita a fare pace con Orazio aiutandolo a dipingere la soffitta di Queen’s House a Greenwich con una Allegoria della pace e delle arti sotto la corona inglese, eseguita a quattro mani nel 1638/39. Si trattava di un lavoro immane per un uomo ormai 75enne e senza l’aiuto della figlia non sarebbe riuscito a portarlo a termine. Orazio si sarebbe spento nel 1639 in Inghilterra senza aver più rivista l’amata patria. Alla morte del padre Artemisia lo aveva superato in celebrità.

Orazio Gentileschi: Santa Cecilia che suona la spinetta, 1600 circa, Perugia: Galleria Nazionale dell'Umbria
Orazio Gentileschi: Santa Cecilia che suona la spinetta, 1600 circa, Perugia: Galleria Nazionale dell’Umbria

Anche se per decenni padre e figlia non avevano lavorato insieme, possiamo costatare che le loro opere mostrano degli interessanti parallelismi. A Torino alla Galleria Sabauda c’è una Annunciazione di Orazio del 1623 dove il materasso del letto sembra quello della Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia. Le pieghe del pesante tendone di Orazio sembrano quelle del prezioso vestito della Maddalena penitente di Artemisia. Esiste poi un bellissimo ritratto del 1600 circa che Orazio fece della figlia ancora bambina nella veste di Santa Cecilia che suona la spinetta conservato nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Nella Santa Cecilia colpiscono oltre al viso dolce le bellissime mani, mani di una futura artista che avrebbero fatto meraviglie. Nonostante i dissensi, Orazio in fondo aveva fatto dono ad Artemisia di una cosa che l’avrebbe segnata per tutta la sua vita: la passione per l’arte.


[1] Cfr. Cesare Pavese: Il Mestiere di Vivere. Torino: Einaudi, 2014, [1952], p. 416.

[2] Agostino Tassi: Interrogatorio di Agostino Tassi in: „Atti di un processo per stupro“ A cura di Eva Menzio, Carte d’artisti. Milano: Abscondita 2004, p. 52.

[3] Orazio Gentileschi: Supplica di Orazio Gentileschi in: Ibid, 11

[4] Agostino Tassi: „Datemi la mano che vi prometto di sposarvi come sono uscito dal laberinto che sono“ Artemisia: […] „e con questa promessa mi ha indotto a consentir dopo amorevolmente più volte alla sue voglie che questa promessa anco me l’ha più volte riconfermata.“ (Artemisia Gentileschi, Interrogatorio di Artemisia, Atti di un processo, 20)

[5] Artemisia: “Io speravo di havervi per marito ma adesso non lo spero perché so che havete moglie che son due o tre giorni che l’ho saputo che havete moglie.” (Confronto tra Agostino e Artemisia, in: Atti di un processo, 83)

[6] Cosimo Quorli, il furiere di papa Paolo V insinuando che Artemisia fosse una puttana disse: «N’havete dato a tanti ne potete da’anco a lui» (Artemisia Gentileschi, Interrogatorio di Artemisia, Atti di un processo, 17) Tassi a sua volta aveva chiesto ad Artemisia di dire che fosse stata sverginata da Quorli che nel frattempo era morto. Quest’ultimo aveva davvero provato a violentata: “È ben vero che Cosmo ha fatto tutte le sue forze per havermi innanzi e doppo che Agostino mi havesse, ma mai io ho voluto consentire […]” (Ibid, 22)

[7] Artemisia Gentileschi, Interrogatorio di Artemisia, Atti di un processo, 18 come anche Ibid: «Diteli che la sera non si parla alle zitelle»

[8] Ibid, 19

[9] Artemisia Gentileschi, Interrogatorio di Artemisia, Atti di un processo, 20

[10] Artemisia: “Io non so scrivere et poco leggere” (Confronto tra Agostino e Artemisia, in: Atti di un processo, 82)

[11] Cit. dal sito web del British Museum, London, United Kingdom. © The Trustees of the British Museum sul sito web https://www.britishmuseum.org/collection/object/P_Nn-7-51-3 [15/11/2020]

4 pensieri su “La vita e le opere di Artemisia Gentileschi

  1. Interessantissimo il ritratto dell’artista, condotto con perizia tecnica, non disgiunta dalla passione per la vicenda umana di una ragazza eccezionale.
    Meraviglia constatare che la vicenda di un’artista come Artemisia Gentileschi non trovi spazio nei manuali di letteratura di tutte le scuole del regno, compresi quelli destinati agli istituti tecnici e professionali.
    Esprimo il mio apprezzamento all’autrice dello scritto, evidentemente appassionata alla materia, tanto quanto abile nel rendere un’epoca. Con le luci della ribalta puntate su artisti uomini (Caravaggio, Michelangelo e lo stesso Gentileschi) e spente su artiste
    donne. Sarebbe ingenuo sostituire i valori – o la tensione verso di essi – della società rinascimentale a quelli di oggi, se non fosse necessario constatare che lo spazio destinato alle donne, ancora oggi, è marginale e subordinato all’universo della fama maschile.
    Nello stesso tempo, lo scritto ci mostra quanto sia potente l’influenza dell’ambiente in cui si viene educati.
    La forza della creatività, la competenza e la volontà di Artemisia Gentileschi affascinano attraverso i colori, le luci e la violenza della Giuditta, finalmente libera di uccidere Oloferne, rinascendo a nuova luce. Quella umana, in cui ciascuno venuto al mondo raccoglie in sé amore, odio, rabbia, tenerezza e passione. Tutte insieme.

    • Gentile Lucia,
      sono contenta che ti sia piaciuto l’articolo. Ammetto che si tratta di un’artista che amo particolarmente e forse si intravedeva tra le righe. Verissima la tua affermazione sulle donne spesso trascurate nella storia dell’arte scritta da uomini. I problemi di Artemisia affliggevano anche le donne con meno talento. Nel Rinascimento (e anche molti secoli dopo) potevano sì lavorare, erano spesso addirittura sfruttate ma non godevano di nessuna tutela davanti alla legge. Senza il padre Artemisia probabilmente non avrebbe potuto fare la pittrice visto che in quei tempi per una ragazza era impensabile un apprendistato a casa di artisti non familiari. L’ambiente è rilevante ancora oggi, chi cresce in mezzo ai libri o più generalmente alla cultura spesso ne rimane appassionato per tutta la vita anche se pochi (e poche) arrivano a risultati come Artemisia. Il post era anche per gli uomini che spesso non capiscono la violenza delle rappresentazioni di Artemisia che aveva infiniti motivi per affondare la spada in veste di Giuditta.

  2. Articolo molto interessante. Conoscevo l’arte di Artemisia Gentileschi, di cui ho visto e apprezzato alcune opere nei testi sull’arte del Seicento. Traspare dai suoi quadri la forza dell’immagine femminile in un’epoca di scarsa visibilità per le donne. Colpisce la triste storia familiare. Il padre sarà stato fondamentale per la formazione della giovane Artemisia, una vera “figlia d’arte”, ma quanta tristezza nella vicenda del processo e nell’infelice matrimonio. Non solo allora la figura femminile nella società ha faticato a conquistarsi un suo ruolo e un giusto riconoscimento delle proprie capacità. E nonostante questo Artemisia ha saputo farsi conoscere ed apprezzare: un vero modello per le donne di tutti i tempi. Conforta sapere che nell’ultima fase padre e figlia si siano ritrovati a abbiano saputo fondere insieme la loro arte. Complimenti per l’articolo, approfondito e coinvolgente.

    • Anche a me Artemisia Gentileschi piace molto come artista. Oggi ci risulta difficile immaginare quante difficoltà hanno avuto le donne nei secoli passati a farsi una posizione e a vivere della propria arte come nel suo caso. Il padre ha avuto il grande merito di aver fatto sbocciare il suo talento nonostante fosse una femmina (in quei tempi non era scontato), ma ha inflitto ad Artemisia anche molta sofferenza. Ho sempre pensato che la dote fosse un modo per comprarsi un marito e concorderai anche tu che rarissimamente i matrimoni combinati per interesse sono felici. Penso che la bravura artistica e la capacità negli affari siano stati d’aiuto ad Artemisia a farsi strada come donna e artista. Sicuramente padre e figlia hanno collaborato a Greenwich nella Queen’s House dove poi Orazio è morto, si può quindi supporre che la figlia sia accorsa dall’Italia anche per riconciliarsi con lui oltre che per l’aiuto nel lavoro senza il quale l’anziano padre non avrebbe potuto terminare l’opera. Ci sono stata anni fa a Greenwich, ma i pannelli di Artemisia e Orazio sono stati smantellati nel 1711 e ora si trovano a Malborough House.

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