L’esilio di Ovidio a Tomi sul Mar Nero e l’immortalità dell’anima nel monoteismo dei Geto-Daci
Nasone, abitante non nuovo del suolo di Tomi,
ti manda questo libro dal getico lido.
Dunque quanto fu cara Delo all’errante Latona,
che lì soltanto trovò un rifugio, tanto a me
è gradita Tomi, che rimane per me,
esiliato, tuttora fedele e ospitale.[1]
Ovidio fu uno degli autori più importanti dell’età augustea ed è stato celebrato nei secoli fino ad oggi come uno dei maggiori poeti della letteratura latina. Lo stesso Dante lo teneva in tale considerazione tanto da accostarlo ai pilastri della poesia epica, Omero e Virgilio:
Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.[2]
Per quanto apprezzato già dai contemporanei i suoi rapporti con la Roma imperiale furono difficili a tal punto da sfociare nell’esilio comminatogli dall’imperatore Augusto nel 8 d.C. Compose le sue opere più famose, le Metamorfosi e l’Ars Amatoria, mentre era a Roma. Meno note, ma non per questo meno significative poiché dai contenuti fortemente personali, furono due opere composte durante il suo esilio a Tomi: La Tristia, una raccolta di una cinquantina di componimenti in distici elegiaci, e le Epistulae ex Ponto di cui le ultime furono pubblicate postume.
La relegatio sul Mar Nero lasciò tracce profonde nello spirito del poeta romano avvicinandolo alle usanze di un popolo, i Geto-Daci, che prima gli era completamente estraneo. La loro religiosità lo portò ad approfondire il concetto di immortalità dell’anima sul quale cercheremo di tracciare una linea che va dal pensiero di Pitagora, che Ovidio approfondisce nell’ultimo libro delle Metamorfosi, a quello di Platone contenuto nel Fedone. Vedremo anche come i dieci anni che Ovidio passò sul Mar Nero non furono poi così foschi e tristi come si potrebbe pensare da uno primo sguardo superficiale, complici anche i suoi stessi scritti con i quali l’autore perseguiva il chiaro obiettivo di farlo tornare a Roma.

La vita
Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona negli Abruzzi nel 43 a.C. e morì in esilio a Tomi (l’odierna Costanza in Romania) nel 18 d.C dove aveva passato gli ultimi dieci anni della sua vita. Come racconta egli stesso nel quarto libro della Tristia, la sua famiglia di origine era benestante e apparteneva ad un ordine equestre. Intorno al 31 a.C. fu inviato a Roma insieme a suo fratello per studiare retorica e grammatica. Il fratello, che morì prematuramente, era tagliato per la carriera forense, mentre Ovidio aveva da sempre mostrato una marcata inclinazione verso la poesia, non particolarmente apprezzata da suo padre che considerava questi studi inutili e lo voleva invece avvocato. “Il fratello fin dalla verde età tendeva all’eloquenza, nato per le grandi schermaglie oratorie del foro. Ma a me fin da ragazzo piaceva coltivare le cose celesti e segretamente la Musa mi conduceva al suo ministero”.[3] Sempre nella Tristia si trova anche la celebre frase in cui Ovidio ammette che nonostante i consigli paterni e tutta la sua buona volontà non poteva fare a meno di seguire la sua vocazione in quanto tutto quello che scriveva alla fine diventava verso:
Sponte sua carmen numeros veniebat ad aptos,
et quod temptabam dicere versus erat. [4]
Ma spontaneamente un carme si formava nei metri appropriati
e ciò che tentavo di dire diventava verso.
Dopo il soggiorno a Roma si recò anche ad Atene per perfezionare il suo greco e intraprese altri viaggi, fino all’odierna Anatolia e all’Egitto; successivamente visse un anno in Sicilia, dove nacque l’idea delle Metamorfosi.[5] Una delle sue prime opere furono gli Amores dedicati a Corinna. Il nome fu uno pseudonimo come ammette Ovidio stesso: “Corinna, così chiamata da me con nome non vero”[6]. Seguirono gli Heroides, ventun lettere d’amore di amanti famosi (Penelope a Ulisse, Arianna a Teseo, Medea a Giasone, Didone a Enea …). Dopo gli Eroidi compose l’Ars Amatoria, l’opera “scandalosa” per i cui contenuti fu accusato di rovinare la gioventù in quanto insegnava agli uomini a conquistare le donne e a quest’ultime a sedurre gli uomini.
Ovidio si sposò tre volte e prima di compiere trent’anni aveva già due divorzi alle spalle. In ogni caso, il terzo matrimonio fu quello giusto e pare che sua moglie Fabia abbia fatto di tutto per riportare a Roma il marito relegato: “Quasi ragazzo mi fu data una moglie né degna
né utile, che per breve tempo rimase mia sposa;
a lei successe una sposa che, sebbene senza colpa,
non avrebbe diviso tuttavia per sempre il mio letto;
l’ultima, che è rimasta con me fino agli anni avanzati,
sopportò di essere la consorte di un marito esiliato.”[7]
Augusto, universalmente riconosciuto il fondatore del Impero romano, rimase al potere per più di 40 anni, dal 27 a.C. al 14 d. C., anno della sua morte e mandò Ovidio in esilio nell’8 d.C. Il suo successore Tiberio non cancellò l’editto firmato da Augusto per far tornare il poeta in patria ed egli rimase quindi nella terra dei Geti fino alla sua morte.[8]

La relegatio di Ovidio fu particolare in quanto apparentemente non motivata da ragioni politiche e colpisce per la sua durata che si protrasse dopo la morte dello stesso Augusto, diversamente da quanto accaduto alcuni anni dopo a Lucio Anneo Seneca il quale finì in esilio o, meglio dire, in relegatio in insulam in Corsica dal 41 al 49 d.C. per volontà dell’imperatore Claudio. Tuttavia alla morte di quest’ultimo fu non soltanto richiamato a Roma, ma riabilitato a tal punto da essere nominato precettore del futuro imperatore Nerone. Quello che lo accomuna invece ad Ovidio fu il fatto che anche egli durante la relegatio subì una profonda maturazione interiore.
Ovidio non faceva parte del circolo di Mecenate che sosteneva con la sua produzione artistica il regime di Augusto i cui rappresentanti di spicco furono invece Virgilio, Orazio e Properzio. In ogni caso egli conosceva i suoi contemporanei e intratteneva rapporti con loro. Di Properzio fu amico, mentre nutriva molta stima per Orazio e conosceva solo di vista Virgilio:
Virgilio lo vidi soltanto, né l’avaro destino
concesse tempo a Tibullo per la mia amicizia.
Egli successe a te, o Gallo, Properzio a lui,
quarto dopo questi fui io stesso in ordine di tempo.[9]
L’elenco dei poeti di Ovidio è interessante perché nel quarto canto dell’Inferno possiamo osservare che anche Dante dopo aver citato i maggiori poeti dell’antichità Omero, Orazio, Ovidio e Lucano aggiunse il suo maestro Virgilio e si ritenne sesto di questa schiera, proprio come Ovidio che si considerava quarto dopo Tibullo, Cornelio Gallo e Properzio:
Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto;
e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.[10]
Pur non essendo particolarmente vicino all’imperatore, nelle Metamorfosi si trova ancora una breve dedica ad Augusto; in seguito il rapporto tra il poeta e l’imperatore si incrinò per le opere citate e Ovidio finì in esilio (relegatio) a Tomi. Egli stesso ci fa sapere nella Tristia che era finito in esilio per due crimini, “un carmen et un error”.[11] Il carmen era quasi sicuramente l’Ars Amatoria, mentre l’error è un po’ più difficile da determinare. Sempre nella Tristia Ovidio scrisse di aver visto qualcosa che sarebbe stato meglio non vedere.[12] Non lo sappiamo con certezza ma il motivo potrebbe essere legato a qualche misfatto della famiglia di Augusto, la cui nipote Giulia finì in esilio più meno nello stesso periodo di Ovidio.
L’esilio a Tomi
Inizialmente visse tristemente nella terra dei Geto-Daci ai confini orientali dell’Impero romano. Essi erano una popolazione della Tracia citata anche nell’Eneide da Virgilio; sono diventati famosi per i loro tesori, il celebre oro dei Daci, conquistati dall’imperatore Traiano nel 101 d.C. e successivamente usati dai Romani per finanziare le grandi opere dell’Impero: la stessa cosa che fecero secoli più avanti i conquistadores spagnoli con le popolazioni indigene del Sud America.

Quando Ovidio giunse da quelle parti, i Geto-Daci risiedevano nella zona a sud del Danubio con accesso al Mar Nero. Nei primi anni non conosceva ancora la lingua del posto (che più tardi avrebbe imparato) e quindi si sentiva barbaro in quanto non riusciva a farsi capire.[13] Col passare degli anni si ambientò nella terra straniera anche se alcune cose come il clima gli pesavano ancora. A Tomi d’inverno non solo nevicava copiosamente ma gelava anche il mare, una cosa che Ovidio non aveva mai visto in vita sua.[14] Camminare sul ghiaccio deve essere stata un’esperienza particolare che lo colpì. Un’altra cosa che menziona anche Montaigne nei Saggi, in quanto diventata proverbiale, è l’aspetto delle bevande d’inverno. Il vino nella terra dei Geti gelava e quindi nella fredda stagione non si beveva a sorsi, ma a pezzettini.[15] Col passare degli anni in ogni caso Ovidio si adattò sia al clima che alle usanze dei Geti. Dopo qualche anno aveva imparato talmente bene la lingua da poterla usare nei suoi scritti.[16] La sua ultima opera fu un trattato sui pesci del Mar Nero. Si direbbe quindi che il grande poeta si sia infine riconciliato con il luogo dove fu relegato. Pare che oltre alla lingua abbia anche conosciuto le usanze e la religione dei Geti. Mentre a Roma regnava ancora il politeismo, i Geti adoravano già un solo dio, Zalmoxis, quasi a voler anticipare il cristianesimo. Siccome erano convinti dell’immortalità dell’anima, al contrario dei Romani non temevano la morte.

Salmossi o Zalmoxis è l’unico Dio dei Daci e Geti di cui leggiamo già nelle Storie di Erodoto (485 – 425 a.C.). Loro non avevano paura della morte in quanto erano assolutamente convinti che il defunto avrebbe raggiunto Zalmoxis. Erodoto ci fornisce anche un altro nome di Salmossi: “Altri Geti questo stesso dio lo chiamano Gebeleizi.”[17] Egli ci chiarisce anche il legame tra Salmossi e Pitagora che compare anche nelle Metamorfosi: “Come ho appreso dai Greci residenti sul Ponto e sull’Ellesponto, questo Salmossi era un uomo che sarebbe stato schiavo a Samo, schiavo di Pitagora […].”[18] L’Ellesponto di Erodoto è l’odierno stretto dei Dardanelli.
Il riferimento a Pitagora non è casuale in quanto anch’egli aveva già parlato di un Dio unico. Il Dio dei Geti compare anche in un dialogo giovanile di Platone, il Carmide: Secondo Zalmoxis i medici greci a volte non avevano successo nelle cure in quanto si focalizzavano sul disturbo del corpo senza tener conto dell’anima del paziente. Corpo e anima sono un tutt’uno e vanno perciò curati insieme. E’ impossibile che una parte dell’insieme stia bene, se non sta bene tutto il resto. Visto che l’anima muove ogni cosa, ogni cura deve partire da lì. Come si cura l’anima? Con i bei discorsi, in modo che diventi “assennata”. In quel modo è più facile che sia la testa che il resto del corpo giungano alla salute.[19] Il culto di Zalmoxis scomparve quando la Dacia si convertì al cristianesimo. In ogni caso è interessante l’aspetto monoteistico di questo culto dove il ruolo di Zalmoxis, paragonabile a Giove, ha anticipato appunto il cristianesimo. E’ molto probabile che Ovidio abbia conosciuto da vicino gli aspetti di questo culto locale.
Anche nei secoli a venire Ovidio è sempre stato molto apprezzato nella terra dei Daci e Geti, l’odierna Romania. C’è una città dal nome Ovidiu in Romania e una chiamata Ovidiopol in Ucraina vicino a Odessa, quest’ultima battezzata così da Caterina II alla quale piaceva dare nomi classici alle città sul Mar Nero. La lingua rumena è quella neolatina più vicina al latino, conserva quasi tutti i casi (anche il vocativo, ma non l’ablativo) come anche il genere neutro per i sostantivi. Mentre oggi in Italia poche persone si chiamano Ovidio, la sua variante rumena Ovidiu (o Ovid) è piuttosto diffusa in Romania.

Ovidio, almeno nei primi tempi in cui era ancora molto triste della sua condizione di relegato, non avrebbe voluto essere sepolto nella terra dei Geti: “Oh, possano perire col corpo le nostre anime e nessuna parte di me scampi al rogo divoratore! Poiché se immortale vola in alto nel vuoto spazio lo spirito e del vecchio di Samo sono vere le parole, un’ombra romana vagherà fra le ombre sarmatiche e sarà sempre straniera in mezzo a barbari mani. Fa’ tuttavia che siano riportate in una piccola urna in patria le ossa: così non sarò esule anche da morto.”[20]
Da quest’affermazione contenuta nella Tristia possiamo dedurre che Ovidio conosceva bene le teorie sull’immortalità dell’anima del vecchio di Samo che è appunto Pitagora. In ogni caso è poco probabile che i suoi desideri siano stati esauditi, verosimilmente le sue spoglie non sono mai state riportate in patria. Vicino a Ovidiu c’è un lago che si chiama Siutghiol e proprio in mezzo al lago c’è l’Insula Ovidiu. Qualcuno ha ipotizzato che là si potrebbero trovare le spoglie del poeta.
Nel suo Viaggio in Italia (1813 – 1817) Johann Wolfgang Goethe ricorda la partenza di Ovidio da Roma in concomitanza del plenilunio facendo un’analogia con la sua stessa partenza: “E come potevo evitare che, in tali istanti, non mi tornasse alla memoria l’elegia di Ovidio, il quale, esiliato anch’egli, doveva abbandonare Roma in quella notte di luna? «Cum repeto noctem!». Non mi potevo togliere dalla mente il ricordo di lui, là, lontano, sulle rive del Mar Nero, in condizioni dolorosissime. […]“[21] L’episodio a cui Goethe fa riferimento, nel quale Ovidio descrive la sua tragica partenza da Roma, si trova nel terzo libro della Tristia:
Cum subit illius tristissima noctis imago,
qua mihi supremum tempus in urbe fuit,
cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui
labitur ex oculis nunc quoque gutta meis. [22]
Quando mi si presenta la visione tristissima di quella notte in cui vissi le ultime mie ore in Roma, quando ripenso alla notte in cui lasciai tante cose a me care, tuttora dai miei occhi scendono le lacrime.
L’episodio venne efficacemente rappresentato da William Turner nel quadro del 1838 Ovid Banished from Rome.

Quest’elegia della Tristia è rappresentativa per molte altre, in quanto Ovidio si lamenta soprattutto della sua sorte durante la relegatio, talvolta anche con toni molto melodrammatici che immancabilmente impressionarono Goethe. Non dobbiamo dimenticare che lo scopo dei distici elegiaci era far impietosire Augusto e tutti quelli rimasti a Roma per farlo tornare. Mentre nella Tristia Ovidio criticava ancora i Geti e Daci e si lamentava della sua vita a Tomi, nelle Epistulae ex Ponto dipinse il suo nuovo ambiente di vita con toni già molto più favorevoli: “La vostra gentile accoglienza, abitanti di Tomi, mostra la mitezza degli uomini greci.”[23]
Osip Ėmil’evič Mandel’štam prese in prestito il titolo della Tristia per una sua raccolta di poesie del 1918. Il riferimento ovviamente non è casuale, visto che anch’egli si dedica alla “scienza dei commiati”:
Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni a chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine. E mi piego al rito della notte
del gallo, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianger di donne al canto si univa delle muse. […][24]
Mandel’štam aveva tutte le ragioni di prendere in prestito il titolo della Tristia da Ovidio; morì solo e di stenti, lontano dall’amata Nadja in un gulag sovietico nel dicembre del 1938, forse con un’edizione economica della Divina Commedia tra le mani che portava sempre con sè. I campi di concentramento furono un fenomeno del Novecento, mai prima nella storia si era arrivati ad una tale crudeltà e in confronto la pena del poeta latino pare quasi lieve.
Visto che tanto non accadde mai che lo facessero tornare, Ovidio col tempo si avvicinò alla cultura e alla lingua dei Geti. E’ probabile che vivendo ai margini dell’Impero non abbia solo conosciuto l’unico Dio dei Geti, ma abbia anche cominciato a disprezzare l’ingiusta politica di Augusto e Tiberio nei confronti dei conquistati. Come al solito, trasferirsi altrove non è soltanto istruttivo, ma allarga anche gli orizzonti e non è un caso che dalle parti della sua relegatio Ovidio venga apprezzato ancor’oggi.
Pitagora e l’immortalità dell’anima
L’ultimo libro delle Metamorfosi, il Liber XV, è occupato quasi completamente da un lungo discorso che Ovidio mette in bocca a Pitagora e che costituisce la conclusione dell’opera. Pythagóras nacque tra il 580 e 570 a.C. a Samos e morì circa nel 495 a.C. Non ci ha lasciato scritti propri ma viene citato da molti autori antichi in maniera coerente. Nelle Lettere morali a Lucilio Seneca menziona Pitagora che si era astenuto dalle carni di animali in quanto “sosteneva che esiste un legame di tutte le cose tra loro e un sistema di trasmigrazione delle anime, che assumono di volta in volta forme sempre diverse.”[25]
Il XV libro delle Metamorfosi è molto diverso dagli altri in quanto non comprende una storia ed è più teorico. “Qui c’era un uomo che era nativo di Samo, ma fuggito da Samo, e dai padroni dell’isola, per odio verso la tirannide viveva in volontario esilio.”[26] Pitagora giunse infatti a Crotone nel 530 a.C dove fondò la sua scuola pitagorica. Nelle Metamorfosi Pitagora introduce la teoria della metempsicosi (la reincarnazione in altre forme di vita) e sottolinea l’importanza del vegetarianismo per rispetto di tutte le creature (nelle quali potremmo reincarnarci dopo la morte). Siccome l’anima è immortale, dopo la morte del corpo essa potrebbe trasmigrare in altre forme di vita.
Ovidio menziona anche l’attività di filosofo, matematico e scienziato di Pitagora: “[Egli] spiegava i principi dell’universo e le cause delle cose e che cos’è la natura: cos’è dio, come si forma la neve, quale è l’origine del fulmine, se è Giove oppure sono i venti a fare i tuoni squarciando le nubi, che cosa fa tremare la terra, secondo quali leggi viaggiano le stelle, e tutto ciò che è mistero.”[27]
Pitagora fu il primo a prescrivere all’uomo una dieta con alimenti “pacifici” e viene quindi considerato il padre del vegetarianismo moderno: “«Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con pietanze empie! Ci sono i cereali, ci sono frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli d’uva turgidi sulle viti. Ci sono verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere più buone e più tenere con la cottura. […] La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e sangue. Con la carne placano la fame le bestie, ma neppure tutte: il cavallo e le greggi e gli armenti vivono d’erba. […]»”[28]

Nel suo discorso Pitagora fa soprattutto notare che molti animali sono più utili vivi che morti, per esempio le pecore che danno la lana e il latte. “Che male ha fatto il bue, animale che non conosce frode né inganno, innocuo, bonaccione, nato per sgobbare?”[29] In più sottolinea che i buoi sono i lavoratori dell’uomo, quindi non è giusto mangiarli. E’ curioso che Pitagora si scandalizzi per il consumo di carne, ma trovi normale far “sgobbare” gli animali. La trazione tramite giogo è invece piuttosto crudele e pesantissima per gli animali coinvolti ma in quell’epoca era comunque l’unico sistema per trainare aratri, carri o altri attrezzi agricoli.
Oltre al vegetarianismo, il discorso di Pitagora affronta anche il tema dell’immortalità dell’anima e vedremo subito come le due tematiche siano correlate: “Le anime non muoiono e, sempre, lasciata una sede, sono accolte in un’altra dimora e lì abitano e continuano a vivere”.[30] Le anime umane possono continuare a vivere anche negli animali, per questo secondo Pitagora non dovremmo mangiarli. “Tutto si trasforma, nulla perisce. Lo spirito vaga […] e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, e mai si consuma”.[31] Visto che noi siamo sia corpo che anima dopo la morte del corpo possiamo andare a dimorare dentro bestie selvatiche o animali domestici.[32] Montaigne cita Pitagora molto spesso negli Essais e sulla sua metempsicosi scrive: “[…] le anime, separandosi da noi, non facevano che girare da un corpo a un altro, da un leone a un cavallo, da un cavallo a un re, passeggiando così senza sosta, di casa in casa.”[33]

Rubens, un esponente di spicco del barocco ha realizzato un dipinto di Pitagora mente predica il vegetarianismo (circa 1618–1630) che oggi è conservato nella Royal Collection. Mentre egli stesso realizzò le figure, Frans Snyders, uno degli allievi di Pieter Brueghel il Giovane, dipinse la natura morta … tutto quel ben di dio in primo piano che si può consumare senza dover ricorrere all’uccisione di animali.
La posizione di Pitagora è notevole, soprattutto considerando l’epoca. Molto prima della critica dell’antropocentrismo di Montaigne, nel 270 d.C. il filosofo romano Porfirio scrisse l’opera Astinenza dagli animali (De abstinentia) riprendendo alcune riflessioni di Plutarco. La motivazione di tutti fu l’evitare inutili sofferenze agli animali. Porfirio in ogni caso non aveva un atteggiamento equilibrato nei confronti del cibo e fu tentato dal suicidio per inedia, come il matematico austriaco Kurt Gödel che nel 1978 morì davvero per fame a causa di un disturbo ossessivo. Di Porfirio abbiamo parlato nel Dialogo tra Porfirio e Plotino di Leopardi. Al pari di Pitagora, Porfirio sostiene che l’anima può trasmigrare da un essere ad un altro secondo la metensomatosi. Egli attribuisce un’anima non soltanto agli animali, ma anche alle piante.[34]
L’immortalità dell’anima, uno dei concetti fondamentali della religiosità geto-dacica, fu approfondito anche da Platone nel Fedone che riprese l’importante eredità di Pitagora e la fece diventare un concetto chiave della filosofia greca: “L’anima [non] riceve morte. Adunque ella è immortale.”[35] Platone ritiene inoltre che l’anima essendo immateriale assomigli alle idee e perciò è eterna.
Da Porfirio e Plotino trasse ispirazione anche Agostino d’Ippona di cui abbiamo analizzato le Confessioni. Anch’egli scrisse un’opera sull’immortalità dell’anima nel 387 (De immortalitate animae). Prendendo spunto dal Vangelo di Matteo (“E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima.”)[36] Agostino afferma che l’anima è immortale. In De quantitate animae ribadisce questo concetto, sottolineando che l’anima è immortale proprio per via della sua incorporeità. Anche Platone riteneva che l’anima fosse immateriale e presentasse affinità con le idee. Il concetto dell’immortalità dell’anima fa in ogni caso parte della filosofia, nella religione cristiana esiste soltanto quello della resurrezione che comprende sia l’anima che il corpo.
Sempre nel discoro di Pitagora, Ovidio riprende anche il concetto Panta rei di Eraclito, sottolineando che nel mondo tutto scorre e anche il tempo fila via come un fiume. Il riferimento alle età del mondo chiude armonicamente le Metamorfosi alla stessa maniera in cui furono iniziate. Non solo le età del mondo passano, anche i luoghi cambiano: “[…] Così voi, età del mondo, siete arrivate dall’oro al ferro; così, tante volte anche i luoghi cambiano destino. Io ho visto essere mare quello che un giorno era terra fermissima, ho visto terre che prima erano mare, e lontano dal mare si disseppelliscono spesso conchiglie marine […].”[37] Questo fenomeno in Piemonte si può osservare nelle Langhe dove non è insolito trovare conchiglie nei vigneti.
Ovidio conclude le Metamorfosi con una riflessione sull’immortalità della sua poesia. Anche dopo la sua morte, nessuno potrà cancellare la sua opera, in quanto la morte terrestre può mettere fine soltanto al corpo, ma non all’anima e alle idee. “Ma con la parte migliore di me io volerò in eterno più in alto delle stelle, e il nome mio rimarrà indelebile […] e per tutti i secoli, […] vivrò.”[38]
[1] Ovidio, Epistulae ex Ponto, Liber I, I, 1 e Liber IV, XIV, 55
[2] Dante Alighieri: Inferno, Torino: Einaudi, 2021, p. 57
[3] Ovidio, Tristia, Libro quarto, X, 17-20
[4] Ibid, Libro quarto, X, 26
[5] cfr. Ovidio: Metamorfosi. A cura di Piero Bernardini Marzola. Torino: Einaudi, 2015, p. LVIII
[6] Ovidio, Tristia, Libro quarto, X, 60
[7] Ibid, Libro quarto, X, 69-74
[8] cfr. Ovidio, Metamorfosi, LIX
[9] Ovidio, Tristia, Libro quarto, X, 51-54, l’evidenziatura è mia
[10] Dante Alighieri: Inferno, Torino: Einaudi, 2021, p. 57f, l’evidenziatura è mia
[11] Ovidio, Tristia, Libro secondo, I, 207 „Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore“
[12] Ibid, Libro terzo, V, 49-50 „Ma sono punito perché i miei occhi videro senza intenzione un delitto, e il mio peccato è avere avuto gli occhi.“
[13] Ibid, Libro quinto, X, 37-39 „Qui il barbaro sono io, che nessuno capisce, e stolidi i Geti ridono alle parole latine, e in mia presenza e senza timore parlano spesso male di me e mi rinfacciano forse l’esilio“
[14] Ibid, Libro terzo, X, 30-31 „Ho visto il vasto mare fermo per il ghiaccio, e un lastrone scivoloso copriva le acque immote. Ma non basta aver visto, ho calcato la distesa ghiacciata e il piede si è posato asciutto sulla superficie delle onde“
[15] Ibid, Libro terzo, X, 23,24 „Gela il vino e resta nudo serbando la forma del vaso, e non bevono sorsi ma pezzi distribuiti di vino“ (Episodio ripreso nei Saggi di Montaigne, p. 209)
[16] Ibid, Libro quinto, XII, 57,58 „Mi sembra di avere ormai disimparato io stesso il latino: e già ho imparato a parlare in getico e in sarmatico“
[17] Erodoto, Le Storie, Libro IV, 94
[18] Ibid, 95
[19] Cfr. Platone, Carmide, p. 3
[20] Ovidio, Tristia, Libro terzo, III, 59 ss („Atque utinam pereant animae cum corpore nostrae, effugiatque auidos pars mihi nulla rogos. Nam si morte carens uacua uolat altus in aura spiritus, et Samii sunt rata dicta senis, inter Sarmaticas Romana uagabitur umbras, perque feros Manes hospita semper erit. Ossa tamen facito parua referantur in urna: sic ego non etiam mortuus exul ero.“)
[21] Johann Wolfgang Goethe: Italienische Reise. München, dtv, 2007 [1817], p. 555 „Und wie sollte mir gerade in solchen Augenblicken Ovids Elegie nicht ins Gedächtnis zurückkehren, der, auch verbannt, in einer Mondnacht Rom verlassen sollte. „Cum repeto noctem!“ seine Rückerinnerung, weit hinten am Schwarzen Meere, im trauer- und jammervollen Zustande kam mir nicht aus dem Sinn […]“ (Traduzione di Giovanni Vittorio Amoretti, Torino, UTET, 1965)
[22] Ovidio, Tristia, Libro primo, III
[23] Ovidio, Epistulae ex Ponto, Liber IV, XIV, 47-48
[24] Osip Ėmil’evič Mandel’štam: Cinquanta Poesie, a cura di Remo Faccani, Einaudi, Torino, 1998, p. 14.
[25] Seneca: Lettere morali a Lucilio. Milano: Mondadori, 1995, p. 853
[26] Ovidio, Metamorfosi, 607
[27] Ibid, 607s
[28] Ibid, 609
[29] Ovidio, Metamorfosi, 610
[30] Ibid, 613
[31] Ibid, 613
[32] cfr. Ibid, 627
[33] Michel de Montaigne, Saggi, Milano, Bompiani, 2017, p. 513
[34] Porfirio: Sull’astinenza dagli animali, a cura di Giuseppe Girgenti e Angelo Raffaele Sodano, Milano, Bompiani, p. 59: “Infatti, chi scanna un bue o una pecora qual’ingiustizia maggiore compie di colui che taglia un ulivo o una quercia, se anche in questi è insita un’anima secondo la metensomatosi?”
[35] Platone: Dialoghi. Torino, Einaudi, 1970, p. 138
[36] Vangelo di Matteo, 10, 28, citato da https://www.bibbiaedu.it/
[37] Ovidio, Metamorfosi, 617
[38] Ibid, 647