Fëdor Dostoevskij, “Ricordi dal sottosuolo”

Riflessioni e analisi sull’edizione tradotta di Tommaso Landolfi

Introduzione

Questo racconto o romanzo breve, conosciuto in Italia anche con il titolo “Memorie dal sottosuolo”, è stato pubblicato per la prima volta nel 1864 nella rivista Èpocha, un mensile di San Pietroburgo. La versione landolfiana fu pubblicata invece nel 1948 nell’ambito di un’Antologia di Narratori russi curata da Landolfi stesso per la Bompiani. In quest’opera, che ebbe una notevole influenza sulla sua successiva produzione letteraria, attraverso il suo protagonista Dostoevskij delinea i tratti della décadence europea e critica soprattutto gli ideali del positivismo

Il sottosuolo è un’abitazione souterrain dalla quale il narratore scaglia le sue critiche amare che hanno come bersaglio la società in superficie e l’uomo moderno. L’abitante del sottosuolo è malato, malvagio ma anche straordinariamente intelligente. L’opera fu molto ammirata da Friedrich Nietzsche, che la lesse in traduzione francese. La versione italiana di Tommaso Landolfi fu celebrata come una vetta nell’arte della traduzione.

Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij

Il racconto è suddiviso in due parti molto eterogenee tra di loro: la prima, “Il sottosuolo”, costituisce una specie di saggio mentre la seconda dal titolo “A proposito della neve fradicia” un racconto in prima persona. In tedesco l’opera è stata tradotta sia con il titolo “Aufzeichnungen aus dem Untergrund” che con quello di “Aufzeichnungen aus dem Kellerloch” quest’ultimo titolo fornisce un’idea del souterrain o buco nel senso di scantinato in cui abita appunto il protagonista del racconto. Di lui veniamo a sapere poco, solo che abita a San Pietroburgo, ha lasciato il suo impiego e vive di una piccola eredità.

Nella prima parte dell’opera l’io narrante fa una specie di monologo critico sulla società moderna e liquida soprattutto l’entusiasmo positivistico per il progresso. Nonostante la sua condizione deplorevole, il narratore si sente più intelligente di tutti quelli che lo circondano. “Io non dico malvagio, ma niente son riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né ribaldo, né onesto, né eroe, né insetto. E ora trascino la vita nel mio angolo, tenendomi su colla maligna e magrissima consolazione che un uomo intelligente non può in verità diventar nulla e che solo gli sciocchi diventano qualcosa.”[1]

Il narratore non crede nel progresso scientifico/sociale e nemmeno nella ricerca della felicità collettiva dei suoi contemporanei. Lui è solo e non somiglia a nessuno: ‘Io sono solo, mentre loro sono tutti’.[2] Soprattutto non crede nel razionalismo come orientamento pedagogico e si oppone al dettato della ragione. La conoscenza non renderebbe l’uomo migliore, le atrocità esistono anche nel XIX secolo dove non regna più la barbarie ma la civiltà.

L’uomo moderno come un tasto di pianoforte senza volontà.

Un argomento centrale riguarda la volontà individuale dell’uomo che spesso viene limitata dalle leggi della natura. La domanda iniziale è cosa succederebbe se eliminassimo la volontà dell’uomo e la subordinassimo alle leggi della natura? “Voi dite che allora la scienza stessa insegnerà all’uomo (sebbene sia secondo me cosa superflua) che lui in realtà non ha e non ha mai avuto una sua volontà o un suo capriccio, anzi, non è altro che un arnese sul genere d’un tasto di pianoforte o d’un pedale d’organo; […] per modo che qualunque cosa faccia, non avviene affatto per sua volontà, ma di per sé, secondo le leggi della natura.”[3] I dettami della ragione vengono delineati dal narratore come una specie di camicia di forza che ruba l’indipendenza e l’individualità all’uomo.

Come logica conseguenza egli li mette in dubbio e propone di uscirne “Ohè, signori, non sarebbe il caso di dar un calcio a tutta questa ragionevolezza, nell’unico intento di mandare al diavolo tutti i logaritmi e di ricominciare a vivere al nostro porco mondo?[4] L’uomo non ha bisogno di una volontà imposta dall’alto (o appunto dalle leggi della natura) ma di una indipendente. “Che cosa è infatti un uomo senza desideri, senza voglia e senza volontà, se non un tasto d’organo?”[5]

Questa metafora del tasto d’organo o di pianoforte è molto ricorrente nel testo e rappresenta l’uomo moderno che ha perso ogni volontà individuale e non è affatto più libero, né nel presente, né nel futuro. Sono state proprio le scoperte scientifiche e il progresso a denigrarlo e farlo diventare un puro mezzo che persegue uno scopo nel cosmo. La vita vera va oltre la ragione. “La ragione, signori, è una bella cosa, non se ne discute, ma la ragione è soltanto ragione e soddisfa soltanto la facoltà raziocinativa dell’uomo, laddove il volere è manifestazione di tutta la vita […] E sebbene la nostra vita, in tale manifestazione, risulti spesso essere molto misera cosa, ma è però sempre la vita, e non già solamente un’estrazione di radice quadrata”[6].

La ragione ha comunque dei limiti, agisce in qualche modo meccanicamente, mentre la natura umana agisce coscientemente e incoscientemente e al contrario della ragione vive. L’uomo non avrebbe bisogno di una volontà ragionevole, ma di una volontà individuale. Deve poi avere anche il diritto di desiderare cose stupide e irragionevoli senza che la ragione glielo impedisca.

L’immagine del palazzo di cristallo.

“E allora costruiremo un palazzo di cristallo.”[7]

Palazzo di cristallo

Il Palazzo di cristallo della 1° Esposizione Mondiale di Londra del 1851

L’emblema di quell’ordine cosmico in cui l’uomo ha perso la sua volontà individuale è il palazzo di cristallo, simbolo del progresso, della ragione e del materialismo che riducono l’uomo a un tasto di pianoforte. I contemporanei dell’uomo del sottosuolo vivono per gli ideali della felicità collettiva e del progresso, ma non sono affatto liberi. La ragione assume il ruolo di una forza universale che pone dei limiti all’uomo.

Dostoevskij prese spunto dal Crystal Palace, un edificio in stile vittoriano che fu eretto per la prima Esposizione Mondiale di Londra nel 1851. Lo vide in un suo viaggio in Inghilterra all’inizio degli anni ’60 del XIX secolo. “Nel palazzo di cristallo poi [la sofferenza] è addirittura inconcepibile: la sofferenza è infatti dubbio, negazione, e che sarebbe un palazzo di cristallo in cui ci si potesse abbandonare al dubbio?”[8]

Qui incontriamo un’affermazione chiave del romanzo, non soltanto il normale, il positivo, e il benessere sono vantaggiosi all’uomo, ma anche la sofferenza. “Non sarebbe poi possibile che all’uomo non piaccia soltanto lo star bene? Che gli piaccia anzi altrettanto la sofferenza? Che lo star male gli sia di vantaggio giusto quanto lo star bene?”[9] Nel palazzo di cristallo però non c’è spazio per la sofferenza e nemmeno per l’individualità dell’uomo.

Il concetto del palazzo di cristallo è molto complesso e permette diverse letture. Il narratore lo teme in quanto di cristallo per cui non si può nemmeno tirar fuori la lingua di soppiatto e nemmeno ribellarsi “di nascosto”. Il grandioso palazzo di cristallo si oppone all’angusto buco di cantina in cui vive il narratore amareggiato e solo, ma libero.

L’obiettivo dell’uomo del sottosuolo è l’autarchia totale del soggetto. Mentre il mondo celebrava il palazzo di cristallo come simbolo del progresso e della società industriale, Dostoevskij vi scorgeva già la decadenza dell’umanità e la negazione di qualsiasi libertà individuale. Andando oltre nel ragionamento, a posteriori, vi possiamo leggere anche una critica ai vari totalitarismi storici alla George Orwell. Nell’ambito dell’arte si può invece tendere un filo dall’opera di Dostoevskij fino ai surrealisti.

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[1] Fëdor Dostoevskij: Ricordi dal sottosuolo. Traduzione di Tommaso Landolfi. A cura di Idolina Landolfi. Milano: Adelphi Edizioni 1995, p 15.

[2] Dostoevskij, Ricordi, 68

[3] Ibid, 40

[4] Ibid, 41

[5] Ibid, 43

[6] Ibid, 44

[7] Ibid, 40f

[8] Ibid, 53

[9] Ibid, 53

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2 risposte a Fëdor Dostoevskij, “Ricordi dal sottosuolo”

  1. Roberta Battaglino scrive:

    La recensione mette in evidenza con chiarezza la natura filosofica dell’opera, con gli opportuni riferimenti al contesto storico dell’epoca, e la capacità dell’autore di presentare con grande lucidità la complessità dell’animo umano. L’introspezione psicologica di Dostoevskij è ben presentata anche attraverso l’efficace uso di citazioni, utili per rendere chiaro al lettore il tipo di opera che si appresterà a leggere. Emerge la solitudine del narratore, il suo essere in opposizione agli altri e i profondi dubbi che lo tormentano sul ruolo della ragione e sull’essenza vera della vita. Apprezzabile il riferimento all’immagine del palazzo di cristallo, che, come ben rileva la recensione, permette diverse letture e dà l’occasione di un’ampia riflessione sui suoi vari significati. Attraverso la recensione si coglie la modernità di un ‘opera che sottolinea le fragilità dell’uomo moderno in un’epoca dalle apparenti certezze, ma lacerata da molte contraddizioni.

    • Ciao Roberta,
      grazie per il tuo commento. In effetti l’opera è molto cupa ma soprattutto molto densa, nonostante le poche pagine. La prima parte che riguarda la critica sociale e filosofica alla cui analisi mi sono limitata è unica nella sua produzione romanzesca, ma vengono anticipati molti temi che tratta poi nei grandi romanzi. Ci sarebbero da scrivere centinaia di pagine su quest’opera importante, ho solo accennato alcuni aspetti per non rendere illeggibile il post su un libro già di per sé cupo e negativo, sono perciò contenta che l’hai comunque apprezzato.

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