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Letteratura

Analisi di miti classici dalle Metamorfosi di Ovidio

Analisi letteraria e artistica di miti classici tratti dalle Metamorfosi di Ovidio

Il primo gusto che presi ai libri mi venne dal diletto
delle favole delle Metamorfosi di Ovidio. Infatti all’età di
sette o otto anni circa, mi privavo di ogni altro piacere
per leggerle; tanto più che quella lingua era la mia lingua
materna, e che era il libro più facile che conoscessi,
e il più adatto alla mia tenera età, a causa della materia.[1]

Montaigne

Mi ha sempre colpito questo resoconto di Montaigne perché anch’io ho conosciuto le “favole” delle Metamorfosi più meno alla stessa età in un libro per bambini che si intitolava Die schönsten Sagen des klassischen Altertums (Le più belle leggende dell’antichità classica). Leggevo questa raccolta di miti classici come se fossero fiabe di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grimm. Anni dopo, all’università ho scoperto che quella raccolta perseguiva l’obiettivo di riassumere i miti più importanti dell’antichità in prosa. Quando li lessi da bambina per me erano semplicemente favole o leggende come per Montaigne. La parola mythos (μῦθος) in greco significa racconto, favola o leggenda. In fondo i confini tra mito, leggenda e fiaba sono abbastanza sfumati. Il mito spesso narra le imprese degli dèi (o di Dio) quindi è più un genere sacro, le leggende raccontano episodi storici spesso idealizzati di determinate zone geografiche e le favole solitamente sono inventate e contengono elementi fantastici. Cesare Pavese presenta i suoi Dialoghi con Leucò che hanno come oggetto i miti greci con le seguenti parole: “Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge.[2] La mitologia in effetti non passa mai di moda e ha da sempre affascinato grandi e piccoli. I temi, i motivi e le figure della mitologia hanno profondamente influenzato la letteratura, ma anche l’arte e la musica.

Introduzione

Nelle Metamorfosi di Ovidio gli episodi mitologici sono raccontati con una visività tale che nei secoli a venire hanno ispirato innumerevoli opere d’arte. Molti di noi le hanno lette a scuola, ma ricordano soprattutto alcuni episodi isolati e gli esametri. Apparentemente Ovidio salta da palo in frasca, ma in verità gli episodi non sono sconnessi. Insieme formano un mosaico, un complesso di scene legate dal leitmotiv della metamorfosi. Il ritmo della narrazione è molto veloce, come se si trattasse di un film dove le immagini scorrono e si susseguono rapidamente. Pur essendo privo della caratteristica struttura a matrioska, l’approccio narrativo delle Metamorfosi presenta qualche somiglianza con le Mille e una Notte in quanto la passione per il racconto costituisce la vera essenza dell’opera. Infatti innumerevoli autori posteriori ne furono ispirati, basti pensare al Midsummer Night’s Dream di Shakespeare, a Dante Alighieri e anche a Johann Wolfgang von Goethe. Ovidio stesso fu a sua volta sicuramente influenzato da Omero, Virgilio e Ennio. La sua opera raggiunse l’apice di popolarità nell’epoca barocca, ma già nel Medioevo i nobili decoravano i loro castelli con arazzi raffiguranti scene tratte dalle Metamorfosi.

Le Metamorfosi furono composte tra il 1 d.C. e l’8 d.C e verosimilmente erano già terminate prima che Ovidio fosse mandato in esilio. Comprendono 15 libri e sono scritte in esametri. Non vi è nessuna struttura narrativa centrale, l’unico leitmotiv che unisce il tutto sono le metamorfosi. Leggiamo di circa 250 metamorfosi di personaggi della mitologia antica, soprattutto greca e italica. Ovidio non fa nessuna differenza tra gli dèi e gli esseri umani, in tutto il poema regna una contiguità tra loro. Italo Calvino sottolinea la rapidità della narrazione: “Le Metamorfosi sono il poema della rapidità: tutto deve succedersi a ritmo serrato, imporsi all’immaginazione, ogni immagine deve sovrapporsi a un’altra immagine, acquistare evidenza, dileguare. E’ il principio del cinematografo. […]”[2] Le Metamorfosi sono infatti un poema visivo in quanto Ovidio possiede la capacità di dipingere con poche pennellate un paesaggio e un’atmosfera che rapidamente lascia spazio a un’altra. Le metamorfosi rappresentano quasi sempre una punizione anche se a volte gli dèi esaudiscono i desideri dei protagonisti. Questo non è sempre un bene: Re Mida aveva chiesto a Bacco come premio che tutto ciò che avesse toccato diventasse oro, rischiando alla fine di morire di fame.[4]

Apollo e Dafne

Gian Lorenzo Bernini: Apollo e Dafne Wiki Commons / Architas
Gian Lorenzo Bernini: Apollo e Dafne Wiki Commons / Architas

Il primo libro delle Metamorfosi inizia con la nota classificazione delle età del mondo, l’età dell’oro, l’età dell’argento, l’età del bronzo e l’età del ferro duro. Oltre all’origine del mondo Ovidio descrive anche il cielo dove dimorano gli dèi. “C’è in alto nel cielo una via, che si vede quand’è sereno. Lattea si chiama, e spicca proprio per il suo candore.”[5] Molte descrizioni dell’Olimpo assomigliano alla Roma dell’epoca.

Nel primo libro incontriamo la figura di Febo o Apollo che a causa di una freccia di Cupido si innamora perdutamente di Dafne, la figlia di Peneo, dio del fiume. Insegue la ninfa, ma l’amore non è corrisposto e Dafne prega suo padre Peneo di trasformarla in qualche altra forma per evitare la violenza. Peneo allora la trasforma in un albero d’alloro. «Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. […]»[6] In greco antico il nome Dáphne significa alloro (Δάφνη).

Gian Lorenzo Bernini scolpì una splendida statua di Apollo e Dafne conservata alla Galleria Borghese di Roma. Quando iniziò l’opera, aveva poco più di 20 anni e la statua in marmo raffigura il momento esatto in cui Dafne, ancora con sembianze umane, diventa alloro con le foglie che le spuntano già dalle mani e dai piedi. La scultura è un capolavoro anche per la rappresentazione dei movimenti dei due protagonisti che sono entrambi molto dinamici. Fu infatti fin da subito accolta con entusiasmo e non ha perso nulla della sua attrattiva nei secoli seguenti. Il barocco del resto non costituì soltanto l’apice della popolarità di Bernini, ma anche delle Metamorfosi di Ovidio.

Fetonte e il carro solare

Gustave Moreau: La caduta di Fetonte (1878)
Gustave Moreau: La caduta di Fetonte (1878)

L’episodio di Fetonte inizia nel primo libro e continua nel secondo. Questa suddivisione arbitraria é dovuta al fatto che Ovidio dovette utilizzare dei rotoli di lunghezza prestabilita per stendere il suo poema. Fetonte era figlio del Sole e della principessa etiope Climene e compare già nell’Eneide. Egli desiderava raggiungere suo padre, il Sole, per mettersi alla guida del carro. “Lascia la sua Etiopia, traversa l’India che si stende sotto le vampe solari, e prestamente arriva dove sorge suo padre.”[7] L’obiettivo di Fetonte era ottenere il permesso di guidare per un solo giorno i cavalli dai piedi alati. Il padre non era per niente d’accordo perché conscio dei pericoli: “Credimi, figlio, questa è l’unica cosa che vorrei rifiutarti. Dissuadere però è permesso. Pericoloso è quello che vuoi. […] non è da mortale ciò che desideri!”[8] Il figlio non diede retta al padre e si rese conto troppo tardi che sarebbe stato meglio non aver mai toccato i suoi cavalli. Sotto di sé vide la terra accesa da tutte le parti che con molta fatica resistette al calore. “Dicono che fu allora che il popolo degli Etíopi, per l’affluire del sangue a fior di pelle, divenne di colore nero; fu allora che la Libia, evaporati tutti gli umori, divenne un deserto;”[9] Persino Atlante faticò a sorreggere sulle spalle l’asse del cielo ormai incandescente. Di lui abbiamo parlato nel Dialogo d’Ercole e di Atlante di Leopardi e la sua figura compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Odissea di Omero. Fetonte infine cadde dal cielo e finì nel grandissimo fiume Po che raffreddò il suo viso fumante.[10] “Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; Non seppe guidarlo e cadde, ma fu impresa grandiosa.”[11] Il padre fu così affranto per la perdita del figlio che una giornata intera trascorse senza sole.

Gustave Moreau raffigura la caduta di Fetonte in un acquarello simbolista del 1878, conservato al Louvre. Non è un caso che egli si dedicò alla pittura mitologica: fin dall’infanzia nella ricca biblioteca del padre fu a contatto con le Metamorfosi e con altri classici come la Divina Commedia e più tardi lesse i trattati di Vitruvio, Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci. Altre sue opere celebri sono La chimera, Edipo e la sfinge, Giasone e Medea e Orfeo sulla tomba di Euridice. E’ inoltre noto per aver illustrato la Teogonia, il poema mitologico di Esiodo che fu composto intorno al 700 a.C.

Diana e Atteone

Atteone, il nipote di Cadmo, durante una pausa di caccia stava vagando per i boschi e il destino lo portò in una grotta dove le ninfe e Diana stavano facendo il bagno nude. Tutte le ancelle cercarono di coprirla ma senza riuscirci poichè la dea era più alta di loro. Per punire il povero Atteone che aveva visto senza colpe la sua nudità con un incantesimo Diana lo trasformò in cervo. “«E ora racconta di avermi visto senza veli, se ci riesci!»”[12] In seguito il malcapitato scoprì di essere veloce come un cervo, ma che gli restava la mente di un tempo. I suoi cani che aveva portato per la caccia lo videro e tutta la muta lo inseguì nelle sue sembianze di cervo. “Fugge quelli che erano suoi servitori. Vorrebbe gridare: «Sono Atteone! Non mi riconoscete? Sono il vostro padrone!» Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo rintrona di latrati.”[13] Atteone muore sbranato dai propri cani che non lo avevano riconosciuto.

Tiziano: Diana e Atteone (1556 -1559)
Tiziano: Diana e Atteone (1556 -1559)

Alla Reggia di Caserta è presente la famosa fontana di Diana e Atteone, realizzata tra il 1786 e il 1789. Si vedono tanti cani che si avvicinano a Atteone con le sembianze di un cervo per sbranarlo. Tiziano raffigura invece la scena del bagno in un dipinto ad olio, realizzato tra il 1556 e il 1559 e conservato alla National Gallery di Londra. Al Louvre troviamo invece una bellissima statua di Diana con un capriolo (Diana di Versailles). Costituisce la copia romana di un’antica statua greca. Quest’ultima fu scoperta in Italia e donata nel 1556 da Papa Paolo IV a Enrico II, la cui amante fu Diana di Poitiers (la Duchessa d’Étampes).

Statua di Diana con un capriolo al Louvre
Statua di Diana con un capriolo al Louvre
Wiki Commons / Shonagon

Eco e Narciso

Il mito di Eco e Narciso racconta l’amore non corrisposto della bella ninfa dei monti Eco e fa parte del terzo libro delle Metamorfosi. Innamorata di Narciso, la ninfa fu addolorata del suo rifiuto. Eco era stata punita da Giunone quando si rese conto che la distraeva con racconti mentre le altre ninfe, amanti di Giove, si nascondevano. La punizione consisteva nel fatto di dover sempre ripetere le ultime parole del prossimo, fargli quindi da “eco”. Nonostante la sua bellezza, Narciso la respinse fermamente e non corrispose il suo amore.

Narciso di Caravaggio (1597 - 1599)
Narciso di Caravaggio (1597 – 1599)

Nemesi decise di punire Narciso per questo rifiuto: «Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!»[14] Narciso infatti si innamorerà di se stesso: “Quello che brami non esiste; quello che ami, se ti volti, lo fai svanire. Questa che scorgi è l’ombra, il riflesso della tua figura.”[15] Infine anche Narciso si rese conto che il fanciullo da lui adorato e unico al mondo non era altro che egli stesso: “Chiunque tu sia, vieni fuori! Perché mi illudi, fanciullo unico al mondo? Dove te ne vai mentre io ti desidero?”[16] Dopo aver capito di bruciare d’amore per se stesso, sentì venir meno tutte le forze, non avendo più nulla in contrario a spegnersi in giovinezza perché con la morte sarebbe finita anche la sua pena. Dopo la morte divenne un fiore, chiamato narciso in suo onore: “Al posto del corpo trovarono un fiore: giallo nel mezzo, e tutt’interno petali bianchi.”[17]

Uno dei dipinti più famosi di Narciso è quello di Caravaggio realizzato tra il 1597 e il 1599 e conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Antica presso Palazzo Barberini a Roma. Narciso è ritratto mentre si specchia nell’acqua dove coglie il destinatario della sua infatuazione senza rendersi conto che si tratta solo di un riflesso di egli stesso. Il mito greco di Narciso ci ha donato anche il nome del disturbo psichiatrico di eccessiva ammirazione di se stessi, il narcisismo o disturbo narcisistico di personalità. Per quanto riguarda invece la letteratura, il mito di Narciso ha senz’altro influenzato il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890).

Píramo e Tisbe

Il mito di Píramo e Tisbe viene raccontato nel quarto libro delle Metamorfosi ed è ambientato a Babilonia, una città dell’antica Mesopotamia nell’odierno Iraq. Trattandosi di una storia d’amore romantica con epilogo tragico, ispirò molte opere letterarie e pittoriche. “Píramo e Tisbe, lui il piú bello di tutti i giovani, lei la piú splendida di tutte le fanciulle che mai l’Oriente abbia avuto, abitavano in due case contigue, laggiù dove si dice che Semiràmide cinse di mura di mattoni la sua grande città.”[18] Il riferimento alla regina Semiràmide ci porta appunto in Oriente, dove nacquero le Mille e una notte. La troviamo anche nella Divina Commedia di Dante, nel secondo cerchio dell’Inferno in quanto lussuriosa. Semiràmide era la moglie di Re Nino assiro-babilonese, il cui sepolcro viene citato nel racconto di Ovidio. Ma facciamo ritorno ai due amanti infelici: “Fu grazie alla vicinanza che si conobbero e che la loro amicizia fece i primi passi. Col tempo, crebbe l’amore, e si sarebbero uniti in legittime nozze, se non fosse che i padri lo proibirono. Ma una cosa non poterono proibire: che fossero perdutamente infatuati l’uno dell’altro.”[19] I due non si potevano confidare con nessuno e si parlavano solo con gesti, ma si sa che più viene coperto il fuoco più divampa.[20] Per fortuna all’epoca della costruzione delle loro case attigue era rimasta una crepa di cui nessuno si era accorto. I due innamorati la utilizzarono per scambiarsi messaggi. Nonostante questa possibilità di confidarsi attraverso la fessura nel muro, non erano felici: “Muro cattivo, perché ostacoli il nostro amore?”[21] Una notte si diedero un appuntamento segreto vicino al sepolcro di Nino, sotto un albero con bacche bianche. Tisbe arrivò per prima e stava aspettando quando all’improvviso vide una leonessa. Corse a rifugiarsi in una grotta, ma durante la fuga perse il suo velo. La leonessa che aveva appena fatto strage di buoi toccò il velo con le fauci insanguinate.

John William Waterhouse: Thisbe (1909)
John William Waterhouse: Thisbe (1909)

Quando Píramo sopraggiunse, vide il velo e le impronte della leonessa: “Una stessa notte – disse – vedrà la fine di due innamorati.”[22] Si sentì anche in colpa per aver messo in pericolo la sua amata Tisbe. Raccolse i brandelli del velo dell’amata, lo baciò e versò sopra innumerevoli lacrime e infine si uccise: “Imbéviti ora anche di un fiotto del sangue mio! E si cacciò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, e subito, morente lo ritrasse dalla gorgogliante ferita.”[23] Qualche istante dopo la fanciulla ritornò non vedendo l’ora di raccontare al suo innamorato da quale pericolo era appena scampata. Vedendolo si disperò stracciandosi i capelli e abbracciando il corpo del morente. “Píramo, che ti è successo? perché ti ho perduto? Píramo, rispondi! È la tua carissima Tisbe che ti chiama. Mi senti? Alza lo sguardo spento!”[24] Il discorso disperato di Tisbe riccorda una scena delle Mille e una Notte altrettanto tragica: “Amore mio, dimmi, Amore mio, parlami! Amore mio, rispondimi!”[25]

L’amato la guardò un ultima volta prima di morire e Tisbe non rifletté nemmeno un attimo e decise di incontrare la morte attraverso la sua stessa mano. Si sentí abbastanza forte per colpirsi con la stessa lama, ancora calda del sangue dell’amato: “Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine.”[26] La morte non ha diviso Píramo e Tisbe che avevano chiesto di essere uniti in un unico sepolcro per l’eternità in ricordo del loro infinito amore. La metamorfosi stavolta riguarda le bacche dell’albero: Le belle bacche bianche si tinsero di scuro: “I frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri, e la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche.”[27] È proprio per desiderio di Tisbe che l’albero serba un segno di questa tragedia, portando sempre frutti cupi.

Poussin: Paessaggio con temporale e Piramo e Tisbe
Nicolas Poussin: Paessaggio durante un temporale con Piramo e Tisbe, 1651

Ricordo di aver visto al liceo una rappresentazione del A Midsummer Night’s Dream di Shakespeare con la professoressa di latino raggiante, in quanti avevamo subito riconosciuto la fonte dell’episodio in Píramo e Tisbe. Il soggetto di questo mito orientale fu utilizzato da Shakespeare anche per il suo capolavoro Romeo and Juliet. Il preraffaellita John William Waterhouse raffigura Tisbe al muro mentre comunica con l’amato Píramo. (Thisbe, 1909, collezione privata). Nella storia dell’arte ci sono poi numerose rappresentazioni del doppio suicidio, come quello di Nicolas Poussin che coglie l’instante in cui Tisbe ritrova il suo amato prima di suicidarsi. La scena è ambientata durante un temporale, il che la rende particolarmente d’impatto anche se i due protagonisti non si colgono a prima vista.

Aracne

La Metamorfosi di Aracne di Gustave Dorè (1868)
La Metamorfosi di Aracne di Gustave Dorè (1868)

Aracne viene già citata da Virgilio nelle Georgiche, come ragno, odiata da Minerva. Ovidio racconta la sua storia ambientata nella Lidia, l’odierna Anatolia, nel sesto libro delle Metamorfosi. Il suo peccato fu la superbia, si credeva la tessitrice migliore, attirandosi l’ira della dea Minerva-Pàllade Atena. “E decise di rovinare Aracne della Meònia, la quale – le era giunta voce – non intendeva considerarsi inferiore a lei, nell’arte di lavorare la lana.”[28] Aracne fu di umili origini ma molto piena di sé e non volle ammettere che il suo dono di lavorare la lana veniva dalla stessa dea Minerva. “[…] invece di essere fiera di una così grande maestra, diceva impermalita: «Che gareggi con me! Se mi vince, potrà fare di me quello che vorrà».”[29] Purtroppo la dea l’avrebbe fatto in ogni caso. Minerva si travestì quindi da vecchia con sembianze umane e da donna con molta esperienza sconsigliò ad Aracne di essere così piena di sé. Va bene voler essere la più brava tessitrice tra i mortali, ma competere con la dea è da temerari. Aracne le rispose male, chiedendo in maniera provocatoria che venisse pure la dea stessa a sfidarla. Al che la vecchia tolse il travestimento e si rivelò Minerva-Pàllade Atena. Iniziarono la gara e in effetti la tessitura di Aracne era sublime: raffigurava gli déi con molta ironia e perfezione. “Neppure Pàllade […] poteva trovar qualcosa da criticare in quell’opera.”[30] Quest’ultima però si arrabbiò, distrusse la tela e colpì Aracne con la spola di legno sulla fronte. Prima che essa riuscisse ad impiccarsi, infilando il collo in un cappio, Pàllade la trasformò in ragno. “«Vivi pure, ma penzola, malvagia …» […] Aracne […] torna a rifare – ragno – le tele coma una volta.”[31]

Nel caso di Aracne la punizione per la sua superbia fu molto dura. In fondo, il suo lavoro aveva davvero superato quello della dea, ma quest’ultima aveva punito lo stesso la mancanza di modestia. Anche Pavese cita la storia di Aracne nel Dialogo La Chimera: “E la storia di Aracne, che per l’odio di Atena inorridí e divenne ragno? Sono cose che accaddero. Gli dèi le hanno fatte.”[32] Le punizioni degli dèi a volte sono molto severe e nessuno può scamparne. Dante cita Aracne due volte, una volta nell’Inferno e una nel Purgatorio: “O folle Aragne, sí vedea io te già mezza ragna, trista in sui li stracci de l’opera che mal per te si fé.”[33] Fu folle in quanto aveva osato sfidare colei che, per quanto meno abile nel tessere, era comunque una dea dell’Olimpo. Una delle rappresentazioni più belle di Aracne é quella che Gustave Dorè realizzò nel 1868 appunto come illustrazione per la Divina Commedia. Vediamo Aracne ancora con il corpo da donna, ma già con le otto zampe del ragno.

Medea e Giasone

Medea affresco
Medea. Herculaneum Augusteum, affresco.

Medea è una figura molto cara a Ovidio sulla quale ha scritto anche una tragedia che purtroppo è andata perduta. Oltre che nelle Metamorfosi Medea compare anche negli Heroides ed è sempre caratterizzata dall’oscillazione tra ratio e furor. Nelle Metamorfosi la incontriamo all’inizio del settimo libro quando incontrò l’acheo Giasone che venne nella Colchide (l’odierna Georgia) alla ricerca del vello d’oro. Egli fu celebre per le sue imprese con gli Argonauti citate anche nell’Odissea. Medea si innamorò perdutamente dello straniero: “Vedo il bene e lo approvo, e seguo il male.”[34] Avrebbe dovuto stare dalla parte della sua famiglia, con suo padre Eèta, invece decise di dare una mano allo straniero: “Ma allora venderò il regno di mio padre, e questo straniero (e chi lo conosce?) si salverà grazie al mio aiuto per poi spiegare le vele ai venti senza di me, una volta scampato, e sposare un’altra mentre io, Medea, rimango nei guai?”[35] L’amore però superava la ragione e Medea aiutò Giasone con la sua arte magica a superare tutte le prove. L’unica cosa alla quale teneva é che gli dèi fossero testimoni del patto tra i due e che Giasone, una volta salvo grazie a lei, avesse mantenuto la promessa di sposarla. Quando gli Achei vinsero, solo Medea e Giasone sapevano che era per merito della sua arte.

Nelle Metamorfosi Ovidio racconta alcuni episodi della vita di Medea, ma la narrazione non è sempre chiara e coerente, in quanto egli pressuppone che il lettore conosca bene la trama del mito. Sarà stato scontato ai suoi tempi, ma non è più così a distanza di più di due millenni. Egli approfondisce due episodi, collegandoli: Giasone chiese a Medea di usare la sua arte per prolungare la vita al suo anziano padre Esone. Veramente avrebbe voluto togliere anni alla propria vita per cederli al padre. Medea prima si scandalizzò: “Quale empietà ti è uscita di bocca, marito mio? Ti sembra che io possa trasferire a un altro una parte della tua vita?”[36] Poi però diede il meglio di sé e Esone divenne nuovamente giovane. Quando si seppe, anche Pèlia sul quale gravava il peso dell’età, volle provare le formule magiche di Medea. Per convincerlo dei suoi poteri, da vera strega gli mostrò come aveva trasformato un vecchio montone in agnellino. Invitó quindi le figlie di Pèlia ad impugnare le spade e a cavare fuori da lui il “sangue vecchio”. Lui si rese conto che stavano commettendo un omicidio: “Che fate, figlie mie? Che cosa vi arma contro la vita di vostro padre?”[37] Altro che ringiovanirlo, Medea di fatto aveva incitato le figlie ad uccidere il proprio padre.

Frederick Sandys: Medea, 1868
Frederick Sandys: Medea, 1868

La Medea più celebre è quella di Euripide messa in scena nel 431 a.C. Un’altra Medea giunta fino a noi è quella di Seneca dove viene sempre sottolineato il lato crudele e furioso della donna. Nella sua tragedia, quest’ultima uccide il fratello Absirto e inganna il padre Eéta per seguire Giasone in Corinto. A sua volta viene poi abbandonata da Giasone. Ovidio cita Medea e la morte di suo fratello anche nella Tristia, scritta a Tomi. Secondo lui, il nome stesso di Tomi deriva proprio dal fatto che in quel luogo Medea abbia assassinato Absirto: “Ma il nome di questo luogo […] è noto che venne dall’assassinio di Absirto.”[38] La parola tomys in greco significa tagliare a pezzi, proprio quello che aveva fatto Medea con il corpo del fratello per non far scoprire al padre la sua fuga con Giasone. Sembra ironia della sorte che Ovidio venga esiliato proprio in un luogo chiave della sua Medea. Nelle Metamorfosi l’episodio della morte di Absirto manca e anche quello dell’uccisione dei figli di Medea viene solo accennato. Il pittore preraffaellita Frederick Sandys raffigurò Medea in un dipinto ad olio del 1868. Anche in questo ritratto la donna viene mostrata come maga-strega mentre prepara i suoi intrugli con uno sguardo decisamente squilibrato.

Dèdalo e Icaro

Il mito di Dèdalo e Icaro racconta la loro fuga dal labirinto del Minotauro a Creta. Arianna, la figlia di Minosse, aveva aiutato il suo innamorato Teseo ad uscire dal labirinto con l’aiuto di un filo. Sia Arianna e Teseo che Dèdalo e Icaro compaiono nel quarto libro dell’Eneide. Dèdalo era un famoso architetto e scultore e aveva realizzato il labirinto per Minosse dove finì rinchiuso per volontà di quest’ultimo. Cercò allora un modo per sfuggire da Creta e tornare alla sua città, Atene. “«Che Minosse mi sbarri pure le vie di terra e d’acqua, – disse, – ma almeno il cielo è sempre aperto. Passeremo di lì!”[39] Realizzò allora delle ali con le piume d’uccello per lui e il figlioletto Icaro. Siccome alla base le piume erano fissate con cera, raccomandò al figlio di non avvicinarsi troppo al sole durante il volo. Chi li vide in volo pensò che si trattasse di dèi, gli unici esseri capaci a muoversi per il cielo. Icaro però fu molto intraprendente e avendo preso gusto al volo si avvicinò troppo al sole; cadde nel mare in un punto in cui un’isola prese il suo nome, Ikaria.[40]

Antonio Canova: Dedalo e Icaro, 1779, museo Correr Wiki Commons / Didier Descouens
Antonio Canova: Dedalo e Icaro, 1779, museo Correr Wiki Commons / Didier Descouens

Pieter Brueghel il Vecchio dipinse la Caduta di Icaro nel 1558 che è conservata nel Museo reale delle belle arti del Belgio. Antonio Canova nel 1779 realizzò invece una statua in marmo di Dedalo e Icaro che è conservata al Museo Correr di Venezia. Viene rappresentato il momento in cui il padre fissa la prima ala sul corpo del figlio che sorride fiducioso della tecnica del padre. Dèdalo e Icaro sono diventati sinonimo per il desiderio dell’uomo di imparare a volare anche se nel loro caso l’epilogo è stato tragico.

Filèmone e Baucide

Il mito di Filèmone e Baucide è contenuto nell’ottavo libro delle Metamorfosi. In tedesco (e anche in inglese) i due si chiamano Philemon e Baucis, quindi conservano i loro nomi originali. Questi due personaggi sono diventati ormai proverbiali per l’amore eterno e duraturo di una coppia fino alla vecchiaia. Giove (Zeus) e Mercurio (Ermes) erano in viaggio per la Frigia (l’odierna Anatolia) con umano aspetto e cercavano un posto per riposarsi. Tutti sprangarono loro le porte tranne gli abitanti di una capanna, i due vecchietti Filèmone e Bàucide. Erano poveri e ormai molto anziani, ma condividevano la loro sorte con dignità. Fecero di tutto per ospitare i due forestieri al meglio. Riavviarono il fuoco, misero su qualcosa da mangiare e prepararono un semplice giaciglio per i viaggiatori stanchi. Filèmone tagliò anche un pezzo di carne in onore degli ospiti. I due cominciarono a sospettare qualcosa, quando si accorsero che la brocca di vino sulla tavola non si svuotava mai. Quando si accinsero ad ammazzare l’unica loro oca per offrire agli ospiti un pasto meno frugale, gli dèi non lo permisero e si fecero riconoscere: “Dèi siamo noi, e i vostri empi vicini avranno la punizione che si meritano, mentre a voi sarà dato di restare immuni dalla sciagura.”[41] Insieme agli dèi si recarono in cima ad una montagna e volgendosi indietro videro che tutta la parte in basso veniva sommersa da una palude. La loro capanna si trasformò invece in un tempio.[42] Infine gli dèi concessero ai due vecchietti un desiderio: “Filèmone riferì agli dèi la loro scelta comune: “Chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio, e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, vorremmo andarcene nello stesso istante: che io non debba mai vedere la tomba di mia moglie, né lei debba tumulare me.”[43] Il loro desiderio fu esaudito e un giorno Bàucide vide Filèmone coprirsi di fronde ed egli vide che lo stesso stava accadendo alla sposa. “Ancor oggi gli abitanti della Frigia mostrano lí due tronchi vicini, tronchi che furono i loro due corpi.”[44]

Rembrandt: Filemone e Bàucide visitati da Giove e Mercurio, 1659.
Rembrandt: Filemone e Bàucide visitati da Giove e Mercurio, 1659.

La loro reazione è anche metafora dell’accoglienza dello straniero e dell’ospitalità che non chiede nulla in cambio. Pur non essendo ricchi, accolsero i forestieri con tutto quello che possedevano. Non è infatti un caso che gli dèi abbiano trovato accoglienza nella capanna più povera. I sogni di Filèmone e Bàucide si sono avverati, sono morti nello stesso istante, trasformati in alberi: “Immensa e senza limiti è la potenza del cielo, e qualunque cosa gli dèi vogliano, si compie. E per toglierti i dubbi, c’è sui colli di Frigia una quercia con un tiglio accanto, e intorno un muretto di cinta.”[45] Filèmone fu trasformato in quercia e Bàucide in tiglio, ma rimasero uniti per l’eternità. Rembrandt nel 1659 eseguì uno dei suoi pochissimi quadri di ispirazione mitologica sui due coniugi: Filemone e Bàucide visitati da Giove e Mercurio. Il dipinto è conservato alla National Gallery of Art di Washington. Nella scena si vede chiaramente la capanna modesta dei due e i dèi illuminati da un chiaroscuro importante.

Orfeo ed Euridice

All’inizio del decimo libro Ovidio racconta l’episodio straziante di Orfeo ed Euridice di cui esistono importanti riscritture, opere musicali e pittoriche. Anche Virgilio cita Orfeo nell’Eneide come colui che richiama l’ombra della sposa. Quando Orfeo ed Euridice erano ancora sposi novelli, lei fu morsa al tallone da un serpente e morì. Dopo averla pianta in terra, Orfeo scese negli inferi dove cantò per le ombre con la sua lira. “La ragione del mio viaggio è mia moglie, nel cui corpo una vipera calpestata ha iniettato veleno troncandone la giovane esistenza.”[46] Chiese che venisse ritessuto il filo spezzato della vita di Euridice. L’avrebbe voluta anche soltanto in prestito, altrimenti sarebbe rimasto anche lui nel regno delle ombre.

Orfeo circondato dagli animali. Mosaico pavimentale romano, da Palermo.
Orfeo circondato dagli animali. Mosaico pavimentale romano, da Palermo. Museo archeologico regionale di Palermo. Wiki Commons / Giovanni Dall’Orto

Euridice incontrò Orfeo negli inferi, ancora con il piede malfermo. “Orfeo […] la prese per mano, e insieme ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo finché non fosse uscito dalla vallata dell’Averno.”[47] Camminavano in silenzio nella nebbia su un sentiero ripido e quando ormai furono vicini alla superficie, si verificò la tragedia: “[…] nel timore che lei riscomparisse, e bramoso di rivederla, egli pieno d’amore si voltò. E subito essa riscivolò indietro, e tenendo le braccia cercò convulsamente di aggrapparsi a lui e di essere riafferrata, ma null’altro strinse, infelice che l’aria sfuggente.”[48]

Orfeo continuò a cantare con la sua lira ammaliando le selve e l’animo delle bestie, dando però fastidio alle baccanti che nella loro furia lo uccisero. Tutti gli animali piansero Orfeo che aveva rallegrato la loro vita con il suo canto. Sottoterra però Orfeo riuscí a ricongiungersi alla sua amata Euridice: “E qui passeggiano insieme: a volte accanto; a volte, lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice.”[49] Cesare Pavese ha fatto una riscrittura magnifica di questo mito ne L’inconsolabile (Dialoghi con Leucò).

Mirra e Cínira

Ovidio inizia il racconto del mito ricordandoci che Cínira avrebbe potuto essere annoverato tra le persone felici se fosse rimasto senza prole. Si premura anche di sottolineare che l’orrenda faccenda è capitata molto lontano, in Arabia. Mirra, la figlia di Cínira si innamora di lui senza che lui se ne accorgesse. Quando gli rispose che vorrebbe un marito che assomigliasse al proprio padre, egli elogiò la figlia per essere così rispettosa, senza rendersi conto del vero significato delle parole di Mirra. Proprio per mettere fine alla sua sofferenza d’amore Mirra si voleva suicidare, ma la sua nutrice la interruppe in tempo. Pur non volendo confessare il suo peccato alla fine la nutrice riuscì a capire il vero tormento di Mirra.

Con uno stratagemma Mirra si fece passare per una giovane spasimante del padre e andarono a letto insieme. “E forse anche, data l’età, la chiamò “figlia”, e lei lo chiamò “padre”, tanto perché all’incesto non mancasse nulla, nemmeno i nomi.”[50] Mirra uscì incinta dall’unione incestuosa e fuggì dall’ira del padre fino alla regione di Saba. Disperata poco prima del parto chiese agli dèi di essere trasformata in una creatura alla quale viene negata sia la vita che la morte. Sarebbe diventata un albero di mirra: “Anche le lacrime possono essere onorate; le sue, che stillano dal tronco, hanno da lei il nome di mirra, e celebri saranno in eterno.”[51]

Picart: Mirra e la nascita di Adone
Picart: Mirra e la nascita di Adone

La resina della mirra veniva già utilizzata dagli antichi egiziani per l’imbalsamazione e compare anche nella bibbia. La si impiegava per l’estrema unzione e faceva parte dei doni che i Re Magi portarono a Gesù Cristo. La mirra può essere bruciata anche come incenso ed è un analgesico. Vittorio Alfieri trasse ispirazione dalle Metamorfosi per la sua Mirra (1789), visto che la storia della ragazza si prestava in maniera eccellente per una tragedia.

La Mirra di Ovidio era incinta quanto fu trasformata in albero e quindi non senza difficoltà la pianta partorì un figlio, Adone. Picart raffigura la nascita di Adone dalla pianta. Vista l’impossibilità della madre se ne presero cura le Nàiadi. “Nascostamente il tempo vola via, senza che ci se ne accorge, e nulla è più veloce degli anni. Il bimbo, figlio di sua sorella e di suo nonno, il bimbo che poco fa era racchiuso nel tronco […] ecco è già un giovane, già un uomo, già supera se stesso in bellezza, già piace perfino a Venere.”[52] Venere si innamora di Adone, ma l’amore non dura in quanto il figlio di Mirra viene ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia. Simile alla metamorfosi di Narciso e di Píramo e Tisbe anch’egli viene trasformato in un fiore, l’anemone: “È un fiore, tuttavia, che dura poco. Fissato male, e fragile per troppa leggerezza, deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali.”[53] (Il nome anémone deriva dalla parola greca ánemos, vento).

Tiziano Vecellio: Venere e Adone, 1553.
Tiziano Vecellio: Venere e Adone, 1553.

Venus and Adonis é anche un celebre poema di William Shakespeare del 1593. Egli modifica leggermente il mito raccontato da Ovidio e il suo Adone rifiuta le avances di Venere. Probabilmente conosceva il dipinto di Tiziano dove si vede chiaramente che l’abbraccio di Venere non è corrisposto da Adone che sembra fuggirne.

Atalanta e Ippòmene

Per via di una profezia che l’aveva dissuasa a prendere marito, Atalanta andò a vivere in mezzo ai boschi da sola. Ai suoi numerosi pretendenti impose una condizione molto crudele: “Nessuno potrà avermi se prima non mi vincerà nella corsa. […] i lenti pagheranno con la morte.”[54] Ippòmene assistette ad una corsa e inizialmente si meravigliò come qualcuno potesse rischiare la propria vita per prendere moglie. Quando però vide il corpo splendido di Atalanta durante la corsa anche lui si infiammò di amore e si augurò che gli altri non vincessero. Alla fine gareggiò egli stesso con la bella Atalanta e sul campo di Tàmaso dove ebbe luogo la competizione lasciò cadere uno dopo l’altro tre mele d’oro che gli aveva dato Afrodite. Visto che Atalanta raccolse i frutti riuscì a sorpassarla. Il premio fu appunto Atalanta come sposa.

In cosa consiste la metamorfosi nel mito di Ippòmene e Altalanta? Quando furono ormai marito e moglie durante un riposo nei pressi del tempio di Cibèle a Ippòmene venne voglia di accoppiarsi con Atalanta. I due fecero l’amore nel tempio profanando il luogo sacro. Come punizione Cibèle li trasformò in leoni e li mise aggiogati al suo carro: “La faccia si corruccia, invece di parole emettono brontolii, invece che in case vivono e si accoppiano nelle foreste, e, temibili per gli altri, serrano tra i denti il morso, aggiogati al carro di Cibèle, leoni”.[55]

Guido Reni: Ippomene e Atalanta
Guido Reni: Ippomene e Atalanta, ca. 1620

Guido Reni ha fatto un dipinto magnifico sul mito di Atalanta. Una versione è conservata al Museo nazionale di Capodimonte di Napoli e un’altra al Prado di Madrid. L’opera colpisce soprattutto per la maestria con cui sono raffigurati i movimenti di Atalanta e Ippomene con tanto di drappi di stoffa volanti. Si vede proprio l’istante in cui Ippomene guadagna il suo vantaggio perché Atalanta si china a raccogliere i pomi d’oro. Oltre ad ispirare Guido Reni le Metamorfosi hanno influenzato anche la letteratura della sua epoca. Il fondatore della poesia barocca, Giovanbattista Marino cita il mito di Atalanta e Ippomene in chiave allegorica nel secondo canto del suo Adone (1623):

Per l’arringo mortal, nova Atalanta,
l’anima peregrina e semplicetta
corre veloce, e con spedita pianta
del gran viaggio al termine s’affretta.
Ma spesso il corso suo stornar si vanta
il senso adulator, ch’a sé l’alletta
con l’oggetto piacevole e giocondo
di questo pomo d’or, che nome ha mondo.[56]

Anche in un altro canto dell’Adone Marino parla dei pomi che sconfissero Atalanta in quanto la fecero arrestare in maniera incauta. Come Eva viene tentata dalle mele nel giardino dell’Eden, anche Atalante si fa ingannare dal loro aspetto accattivante, perdendo per questo motivo la corsa e la sua indipendenza.


[1] Michel de Montaigne: Saggi. A cura di Fausta Garavini e Andrè Tournon. Milano: Bompiani, 2017, p. 163. Sempre nei Saggi Montaigne afferma che la sua vecchia anima torpida non si lascia più sollecitare né da Ovidio né da Ariosto anche se lo avevano tratto in estasi nella giovinezza. (Cfr. Ibid, 369)

[2] Cesare Pavese: Dialoghi con Leucò. Torino: Einaudi, 2014 (Presentazione)

[3] Italo Calvino: Perché leggere i classici. Mondadori: Milano, 1995, p. 35 (Ovidio e la contiguità universale)

[4] Cfr. Ovidio: Metamorfosi. A cura di Piero Bernardini Marzola. Torino: Einaudi, 2015, p. 432

[5] Ibid, 13

[6] Ibid, 31

[7] Ibid, 43

[8] Ibid, 49

[9] Ibid, 57

[10] Cfr. Ibid, 61

[11] Ibid, 63

[12] Ibid, 101

[13] Ibid, 103

[14] Ibid, 113

[15] Ibid

[16] Ibid, 115

[17] Ibid, 117

[18] Ibid, 135

[19] Ibid

[20] Cfr. Ibid

[21] Ibid, 137

[22] Ibid

[23] Ibid, 139

[24] Ibid

[25] Le mille e una notte, Milano: Feltrinelli, 2006, p. 81

[26] Ovidio, Metamorfosi, 139

[27] Ibid

[28] Ibid, 211

[29] Ibid

[30] Ibid, 217

[31] Ibid

[32] Pavese, Dialoghi con Leucò, 17

[33] Dante Alighieri: La Divina Commedia. Purgatorio, Torino: Einaudi, 2021, p. 138

[34] Ovidio, Metamorfosi, 249

[35] Ibid, 251

[36] Ibid, 257

[37] Ibid, 265

[38] Ovidio Tristia, Libro terzo, IX, 5-6

[39] Ovidio, Metamorfosi, 303

[40] Cfr. Ibid, 305

[41] Ibid, 329

[42] Cfr. Ibid

[43] Ibid

[44] Ibid, 331

[45] Ibid, 325

[46] Ibid, 387

[47] Ibid, 389

[48] Ibid

[49] Ibid, 429

[50] Ibid, 409

[51] Ibid, 411

[52] Ibid, 413

[53] Ibid, 423

[54] Ibid, 415

[55] Ibid, 421

[56] Giovanni Battista Marino: Adone. Milano: Adelphi, 1988. Canto secondo, il Palagio d’amore.

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