L’aspetto anticlericale del Naturalismo francese

Analisi e commento de Il dottor Pascal di Émile Zola e Una vita di Guy de Maupassant

1 Introduzione

Il movimento letterario del Naturalismo fu fondato nella seconda metà del 19° secolo in Francia. A causa delle scoperte scientifiche dell’epoca furono messi in dubbio sia la religione in sé che i vari dogmi e ogni tipo di superstizione. Nelle opere naturaliste incontriamo sovente una marcata posizione anticlericale che mette a nudo non soltanto quanto siano superati la fede cieca e il pensiero dogmatico, ma anche quante sofferenze inutili causino. Émile Zola e Guy de Maupassant figurano tra i maggiori rappresentanti del Naturalismo. In Italia questo movimento ispirò il Verismo (Verga, Capuana) degli ultimi decenni dell’Ottocento che condivise con il movimento francese l’ispirazione positivista e la fiducia nella scienza.

Ritratto di Zola da Manet

Portrait d’Émile Zola di Édouard Manet (1868) Musée D’Orsay

Il movimento letterario del Naturalismo fu fondato nella seconda metà del 19° secolo in Francia. A causa delle scoperte scientifiche dell’epoca furono messi in dubbio sia la religione in sé che i vari dogmi e ogni tipo di superstizione. Nelle opere naturaliste incontriamo sovente una marcata posizione anticlericale che mette a nudo non soltanto quanto siano superati la fede cieca e il pensiero dogmatico, ma anche quante sofferenze inutili causino. Émile Zola e Guy de Maupassant figurano tra i maggiori rappresentanti del Naturalismo. In Italia questo movimento ispirò il Verismo (Verga, Capuana) degli ultimi decenni dell’Ottocento che condivise con il movimento francese l’ispirazione positivista e la fiducia nella scienza. Nella prospettiva naturalista i personaggi letterari sono determinati da fattori interni (eredità) ed esterni (ambiente, periodo storico).

2 Dal Positivismo al Naturalismo di Zola

Il Positivismo ebbe una profonda influenza sul Naturalismo e nello specifico furono decisivi i contribuiti del filosofo Auguste Comte (1798 – 1857) e del filosofo e critico letterario Hippolyte Taine (1828 – 1893). Nel suo Cours de philosophie positive del 1830 Comte aveva sottolineato l’importanza di superare la teologia e la metafisica e di mettere al loro posto la ragione e la scienza. Nello stadio ideale (e positivo) dello sviluppo dell’umanità tutto doveva essere dimostrabile tramite l’osservazione di fatti e non vi era più posto né per la superstizione né per l’immaginazione. Comte cercò di applicare questo pensiero anche ai fenomeni sociali, diventando precursore della sociologia moderna.

Nell’introduzione della sua Histoire de la Littérature anglaise del 1864 H. Taine aveva definito tre fattori di cui tener conto nell’analisi di un’opera d’arte: la race (la componente ereditaria), le milieu (l’ambiente sociale) e le moment (l’epoca storica)[1]. Il pensiero di Taine era molto deterministico, cercava di spiegare in modo chimico-scientifico persino i sentimenti dell’uomo (“Le vice et la vertu sont des produits comme le vitriol et le sucre”[2]) e sosteneva che la letteratura dipingesse la situazione sociale e storica di una determinata epoca analogamente alla storiografia. Pur essendo ampiamente superato nella teoria letteraria moderna, il Positivismo è la chiave per comprendere i testi del Naturalismo. Come vedremo di seguito, Zola si riferiva esplicitamente a questi concetti nella determinazione sociale e psicologica dei suoi personaggi.

Darwin e l'evoluzionismo

Charles Darwin, autore dell’Origine delle specie (1859)

Oltre ai due autori citati, anche L’origine delle specie (1859) di Charles Darwin influenzò sia il pensiero degli autori del Naturalismo che i gusti dell’epoca. L’interesse per i temi scientifici era notevolmente cresciuto rispetto ai decenni precedenti e l’opera di Darwin fu un duro colpo per i creazionisti. Non che l’evoluzionismo anti-creazionista non fosse presente anche in epoche predarwiniane, le prime tesi evoluzionistiche erano state avanzate già durante l’Illuminismo dai collaboratori dell’Encyclopédie[3]. A causa loro, Denis Diderot finì in prigione e le carte del barone D’Holbach furono bruciate.[4] Le scoperte di Darwin riuscirono però a dare un fondamento scientifico solido alle prime teorie evoluzionistiche dell’Età dei Lumi e furono recepite con entusiasmo dagli autori del Naturalismo.

Émile Zola (1840 – 1902) è universalmente considerato il caposcuola del Naturalismo. Nel suo approccio teorico, il posto del progresso scientifico sostenuto dal Positivismo viene occupato appunto dalla teoria sull’ereditarietà di Darwin. Tra le altre opere fu autore di Thérèse Raquin (1867) e dei venti romanzi del ciclo I Rougon-Macquart ispirato alla Comédie humaine di Honoré de Balzac. Come recita il sottotitolo, I Rougon-Macquart che furono pubblicati tra il 1871 e il 1893 sono una saga familiare che dipinge la società durante il secondo impero di Napoleone III (1852 – 1870). Nel ciclo figurano (tra le altre) Le ventre de Paris (3 -1873), L’assommoir (7 – 1877), Nanà (9 – 1880), Germinal (13 -1885), La bête humaine (17-1890) e Le docteur Pascal (20 -1893). Zola perseguiva una letteratura impegnata e raffigurava soprattutto i lati oscuri della vita dei suoi personaggi in modo “vero” (a suo dire), senza abbellire nulla.

Zola e Alexis dipinti da Cézanne

Paul Alexis legge un manoscritto a Émile Zola di Paul Cézanne (1869/1870)

L’autore ebbe molto successo e le sue opere divennero dei veri best-seller proprio perché il popolo riuscì ad identificarsi con i soggetti. Alcuni personaggi compaiono in più romanzi del ciclo, ma tutti i volumi possono essere letti indipendentemente. L’ambiente di L’assommoir è la miseria di un quartiere operaio di Parigi. A due figli della protagonista Gervaise Macquart, Naná e Étienne Lantier sono dedicati rispettivamente due altri romanzi del ciclo: Nanà, le vicissitudini di una prostituta e Germinal. Quest’ultima è la storia avvincente e ben documentata delle deplorevoli condizioni dei minatori del Nord. Il soggetto fu suggerito all’autore da un deputato socialista della zona delle miniere. Il romanzo fu molto apprezzato da Vincent Van Gogh che lo lesse subito dopo la sua uscita nel 1885.

Zola si impegnò anche politicamente, difendendo il capitano Dreyfus nell’articolo J’accuse del 1898 per il quale fu messo sotto processo per diffamazione e infine condannato a un anno di prigione e a un’ammenda. Evitò la prigione fuggendo in Inghilterra. L’ebreo Dreyfus, accusato di alto tradimento ai danni dello Stato francese era innocente e fu vittima del crescente antisemitismo di quegli anni. Dopo l’esilio sull’isola del Diavolo nella Guyana francese, nel 1906 fu completamente scagionato dalle accuse.

J'accuse di Émile Zola (1898)

L’articolo J’accuse di Émile Zola del 1898

Zola fu autore anche di uno studio teorico dal titolo Le roman expérimental (1879) che dovette fungere da base teorica al ciclo de I Rougon-Macquart. Vedeva la scienza e il progresso come antidoti contro la superstizione, i dogmi e i pregiudizi credendoli anche capaci di lenire la miseria, lo sfruttamento e l’assenza di diritti. Purtroppo a distanza di un secolo dalla sua morte queste speranze non si sono avverate. In verità già negli anni Cinquanta Heidegger parlò degli effetti negativi della tecnica che priva l’uomo dalla sua facoltà di pensare e i lati oscuri del progresso furono ampiamente dibattuti anche dagli esponenti delle Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer).

Pare comunque che anche Zola si ricredette: “La science a-t-elle promis le bonheur? Je ne le crois pas. Elle a promis la vérité, et la question est de savoir si l’on fera jamais du bonheur avec de la vérité”[5]. E’ molto interessante notare quante volte Zola parla di “verità” nei suoi scritti teorici e narrativi. Oggi questo concetto ci fa venire quasi i brividi perché l’associamo immediatamente a quell’unica e fatale verità dei regimi totalitari del 20° secolo. Ateo fin dalla gioventù, gli viene anche attribuita l’affermazione: “La civiltà non raggiungerà la perfezione finché l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete.”[6]

3 L’amore per la scienza del dottor Pascal

Il dottor Pascal (1893) è l’ultima opera del ciclo I Rougon-Macquart che fu tradotta già nel 1894 da un traduttore anonimo. La traduzione attualmente in commercio è di Mario Porro e fu pubblicata dalla casa editrice Medusa di Milano nel 2008. Il dottor Pascal vive a Plassans insieme a sua nipote Clotilde, una ragazza molto devota, e una serva fedele. Nello stesso paese abita anche sua anziana madre Felicité Puech. Il dottore assiste molti malati poveri con l’aiuto della nipote e nel resto del tempo si dedica ai suoi studi sull’ereditarietà che esegue sul campione della sua famiglia stendendo un proprio albero genealogico con tutte le malattie e le stranezze dei suoi famigliari e antenati. Il suo interesse è puramente scientifico: al contrario della madre, estremamente bigotta, non si cura minimamente di quel che pensa la gente.

Il dottor Pascal rappresenta l’ideale naturalista di una persona atea, istruita e dedita alla ricerca scientifica. Cerca di convincere anche la nipote che non bisogna cullarsi nell’ignoranza e farsi accecare da spiegazioni comode senza fondamento scientifico appoggiandosi ingenuamente sul bastone della fede: “Tutto ciò che alcuni propongono, i ritorni indietro, le religioni morte, le religioni rattoppate secondo i nuovi bisogni, sono un inganno …conosci la vita, amala, vivila come dev’essere vissuta; non c’è altra saggezza.”[7] Pur amando la nipote e cercando di istruirla, teme che a causa della sua devozione religiosa possa distruggere le sue carte e i suoi manoscritti in quanto secondo i famigliari ottusi getterebbero fango sulla memoria e il buon nome della famiglia: “E che sofferenza terribile quel tormento dello scienziato che si sente minacciato così nella sua intelligenza, nei suoi lavori … Le scoperte che ha fatto e i manoscritti che conta di lasciare sono il suo orgoglio, le sue creature, il suo sangue, come figli, e distruggendoli, bruciandoli, si brucerebbe la sua carne.”[8]

La nipote si innamora dello zio e i due iniziano una relazione incestuosa. Quando il dottor Pascal muore, la nipote che porta in grembo il suo figlio è lontana e succede ciò che il medico temeva più di tutto: i suoi studi sull’ereditarietà sul campione della propria famiglia vengono distrutti dall’anziana e fanatica madre: “Vedeva già le carte sfuggirle; e non erano solo i dossier che voleva, ma tutte le pagine scritte, tutta quell’opera sconosciuta, losca e tenebrosa, da cui non poteva uscire che scandalo, secondo il suo cervello ottuso ed esaltata da vecchia borghese orgogliosa”[9]

La lotta della bigotta madre, che vede minacciata la memoria della sua famiglia dalle ricerche del figlio, simboleggia la lotta tra la Chiesa e il progresso scientifico. Nella scena del falò dei manoscritti, Zola fa infatti un paragone con i roghi delle streghe durante l’inquisizione: “Era una cavalcata di streghe, che attizzavano un rogo diabolico per qualche opera abominevole, il martirio di un santo, il pensiero scritto bruciato sulla pubblica piazza, tutto un mondo di verità e di speranza distrutto.”[10] Qui traspare anche l’assoluta fiducia dell’autore nelle testimonianze della scienza e nel progresso scientifico che purtroppo in seguito rivelerà anche i suoi lati negativi. Nuovamente colpisce la fiducia cieca nell’unica “verità”.

4 La figura del reverendo Tolbiac in Une Vie

Guy de Maupassant (1850 – 1893) fu profondamente influenzato da Zola e i due si conoscevano almeno a partire dal 1872. Amico di Flaubert, nel 1877 fu tra i fondatori della scuola naturalista con Zola insieme ad Alexis (segretario, biografo e amico di Zola), Ceárd e Huysmans. Scrisse prevalentemente racconti brevi ma fu autore anche di due romanzi: Une Vie (1883) e Bel Ami (1885). Il primo romanzo venne pubblicato a puntate sul quotidiano Gil Blas e fu particolarmente apprezzato da Lev Tolstòj. La traduzione che abbiamo analizzato è quella di Natalia Ginzburg e fa parte della collana Scrittori tradotti da Scrittori dell’Einaudi.

Guy de Maupassant: Una vita

Copertina del romanzo Une vie di Guy de Maupassant

Una vita racconta le vicissitudini della giovane aristocratica Jeanne Perthuis ed è ambientato in Normandia, a Yport. La giovane, figlia unica di un barone panteista, indifferente ai dogmi e di una madre “venuta al mondo nel secolo dei filosofi, educata da un padre poco credente, al tempo della Rivoluzione”[11] in seguito al tradimento di suo marito si avvicina sempre di più alla religione. Il suo matrimonio è infelice dal principio, Jeanne è disillusa quasi immediatamente ma viene scossa profondamente quando scopre la relazione tra la sua serva Rosalie e suo marito, che ha concepito anche un figlio con quest’ultima.

Il parroco del paese, il reverendo Picot viene definito “allegro, un vero prete di campagna, tollerante, ciarliero e bonario”[12]. Non è un fanatico e non condanna le debolezze della natura, affermando di fronte al caso di Rosalie che infine si sposa, incinta di un altro: “Non ce n’è mai una che si sposi senza essere incinta; […] Sembrerebbe un costume locale”[13]. Parrebbe che l’atteggiamento della Chiesa di fronte all’amore al di fuori del matrimonio sia diventato molto meno rigido rispetto alle precedenti epoche e il vecchio prete sembra andare quasi al passo coi tempi.

Il successore di Picot, il reverendo Tolbiac è però l’esatto contrario del primo: “era un prete molto giovane, magro, piccolissimo di statura; con la parola enfatica, e gli occhi cerchiati di nero e incavati, che indicavano un’indole violenta”[14]. La giovane Jeanne si identifica completamente con il rigore e l’intolleranza del giovane Tolbiac e sviluppa un ardore religioso senza pari. Suo padre e persino il vecchio parroco si rendono conto di quanto sia esaltato il giovane prete e il barone comunica i suoi pensieri anche alla figlia: “Quell’uomo, è un inquisitore! Deve essere molto pericoloso.”[15]

La brutalità, l’intolleranza e il fanatismo di Tolbiac che odia soprattutto l’amore, raggiungono il culmine straziante nella scena del massacro dei cani:

Il reverendo Tolbiac si trovò davanti alla cagna con le doglie, che tentava di alzarsi. […] Si diede a percuoterla, ruotando le braccia. Inchiodata a terra, essa non poteva fuggire, e gemeva orribilmente dibattendosi sotto a quei colpi. Lui ruppe l’ombrello. Allora […] le salì sopra; e la calpestava freneticamente, la schiantava, la sfracellava. Le fece mettere al mondo un ultimo cucciolo, che schizzò fuori sotto a quella pressione; e con il calcagno forsennato, egli finì quel corpo sanguinante che si muoveva fra i nuovi nati pigolanti, ciechi e pesanti, che già cercavano le mammelle. […] È mai possibile essere tanto feroci? […] Il barone impose che l’unico cane superstite fosse battezzato Massacro.[16]

La posizione della Chiesa nei confronti degli animali in tempi passati era sempre stata discutibile. Secondo il pensiero predominante della religione cattolica, gli animali non possiedono un’anima e non possono perciò essere ammessi nel regno dei cieli dopo la loro morte. Papa Pio IX (in carica tra il 1848 e il 1878) era un fervente sostenitore di questa teoria sull’assenza dell’anima e, come scrisse Bertrand Russell nel suo saggio La civiltà occidentale, considerò “eretico il credere che l’uomo abbia dei doveri verso le bestie”[17] impedendo che in Italia venisse aperta una sede della società inglese per la protezione degli animali, la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, fondata oltremanica già nel 1824.

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[1] Hippolyte Taine: Histoire de la Littérature anglaise. Paris: Hachette, 1866, p. XXIII (Introduction)

[2] Taine, Littérature anglaise, VX (Il vizio e la virtù sono prodotti come il vetriolo e lo zucchero)

[3] L’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers è una vasta enciclopedia pubblicata da un gruppo di intellettuali sotto la direzione di Denis Diderot (1751 – 1780)

[4] Cfr. Charles Darwin: L’origine delle specie per selezione naturale o la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per la vita. Introduzione di Pietro Omodeo. Roma: Newton & Compton, 1989, p. 8.

[5] Émile Zola: Discours à l’Assemblée générale des étudiants de Paris del 18 maggio 1893 „La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità“

[6] Senza fonte

[7] Émile Zola: Il dottor Pascal. Milano: Medusa, 2008, p. 81

[8] Zola, Dottor Pascal, 85

[9] Ibid, 277

[10] Ibid, 282

[11] Guy de Maupassant: Una vita. Traduzione di Natalia Ginzburg. A cura di Giacomo Magrini. Torino: Einaudi, 1994, p. 28

[12] Maupassant, Una vita, 29

[13] Ibid, 134

[14] Ibid, 193

[15] Ibid, 198f

[16] Ibid, 198f, corsivo nostro

[17] Bertrand Russell: La civiltà occidentale, contenuto nella seguente raccolta di saggi: Bertrand Russell: Elogio dell’ozio. Milano: Longanesi, 2005 p. 52f

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